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    December 14

    Luca, luca e gli altri.

    Che strana sensazione, cos'è? Non saprei propr...ECCO, sì! E' Insoddisfazione!
    Da diversi giorni (settimane, mesi...il tempo è talmente tanto insignificante, in questo momento, che può assumere connotazioni svariate senza mutare l'essenza delle cose) non mi ritrovo più; mi son perso non so quando e ad un "non so quando" mi ripromettevo di cercarmi. Ma la doccia...la doccia.
    Ho già parlato dell'ammirazione che nutro nei confronti del momento della doccia (quando ero mio) e ribadisco sempre più quelle mie parole: è come sognare ad occhi aperti, è sognare ad occhi aperti. Anche stavolta ho capito tutto mentre l'acqua ustionante cadeva fra un misto di dolore e piacere. Non che sia un accenno obbligatorio, ma vi è mai capitato di subire un dolore e provare altrettanto piacere tanto da non riuscire ad alterare la situazione? Vi è mai capitato (a parte nell'amare intendo) di chiedervi se allora siete proprio masochisti? Ma torniamo alla doccia...cosa stavo dicendo? Ah sì, ho capito! Ho capito come quando si vede tutto con luce diversa, come quando ci si sveglia e si capisce che era tutto un sogno. Ho realizzato, è meglio dire, che mi son lasciato andare. Sì, mi son lasciato andare...alla deriva, osservando, comprendendo ma rimandando ad un altro tempo le azioni. Il vero problema non è quello di capire o di comprendere: è quello di convincersi. Oggi mi sono convinto (che è però solo il prodromo dell'azione).
    Riepiloghiamo, perché fatico a seguirmi: provo insoddisfazione e so di essermi lasciato andare. Fin qui ci siamo. L'insoddisfazione potrebbe essere quella "solita", quella di certi giorni: nulla di grave allora. So cosa sono ed ovviamente non sono soddisfatto di ciò che sono (lo sapete tutti, questo, o almeno tutti quelli che vogliono saperlo) ma sono soddisfatto delle armi che ho. D'altronde "un uomo cosciente" come può esser soddisfatto di sè (grazie Fëdor)? Quindi non rimane da far altro che rivolgersi al secondo punto: la mia indolenza...la mia accidia a ragion veduta. Io cerco di darmi dei buoni consigli (se me ne danno, di seri, ne fuoriesco quasi risentito) ma non riesco ad ascoltarmi. Forse perché non mi ascoltano gli altri...
    Ah, qui entrano in gioco gli "altri". Finora ho parlato, velatamente, di Luca e di luca. Premetto che Luca è comprensivo e saggio e pacato, luca invece è la sua nemesi: vendicativo ed istintivo. Luca e luca non hanno un buon rapporto, ovviamente, ma si rispettano e lottano da gentiluomini; inoltre entrambi hanno un rapporto bizzarro con gli altri. Se iteriamo il procedimento e scindiamo Luca e luca, possiamo identificare un'ulteriore dicotomia. Entrambi i (L/l)uca contengono una parte che è attratta dagli altri ed una parte che ne è repulsa. Ma sommiamo tutto e cerchiamo di capire: credo sì che gli altri siano un completamento, una parte essenziale della vita di ogni singolo individuo ma credo anche che gli altri vivano vite troppo distanti, distaccate, insofferenti ed egocentriche. Come faccio a saperlo? Be', è ovvio, io faccio parte degli altri per gli "altri" e quindi so come mi comporto quando sono "gli altri". Inutile lamentarsi che le cause siano la scarsa disponibilità di tempo e l'enorme mole di problemi, perché per tutti è così. Allora è anche inutile lamentarsi di questa situazione, ed io per questo me ne lamento (fosse utile probabilmente la mia accidia starebbe ancora lì a chiedersi cosa fare). Viviamo da separati, viviamo da singoli, viviamo per noi stessi. Non credendo nelle favole (Babbo Natale non è una favola! Nonostante le cattive dicerie di qualcuno) non potrei desiderare che tutti si sia contenti, altruisti e generosi...questo no. Ma almeno che si sia pronti all'interazione. Ecco, questo è il punto. Manca l'interazione, mancano gli scontri, mancano le intersezioni. Manca la curiosità, manca il desiderio di conoscere gli altri universi che abbiamo accanto...e se manca questo, per me, manca tutto. Io sto male ad essere un topo del sottosuolo, provo dolore ma non riesco ad uscire da questa tana perché ho paura, sì ho paura, dell'indifferenza. Non si può sempre andare d'accordo o essere amici, è ovvio, ma perché sentirsi e credersi gli unici dotati di pensiero? Nel bene o nel male credo di aver sempre dato delle opportunità, prima di capire, e dopo l'aver capito ho agito di conseguenza. Io non capiso e non condivido coloro che non danno opportunità (è difficile capire il comportamento altrui, soprattutto quando diverge dal nostro).
    O_O Perché son arrivato a questo punto? Cosa sto dicendo? Non era questo il problema...o forse sì? Ho allora scoperto cosa ha causato il mio auto-abbandono? Be', parlare (scrivere) a ruota libera spesso conduce proprio al bandolo della matassa mentre spesso genera solo sproloqui. O sono arrivato al cuore del problema oppure ho blaterato. In verità credo di essermi avvicinato al problema (e se si tratta proprio di questo non voglio confessarvelo) ma blaterando. Dopo tutto questo sforzo mi è venuto mal di testa ed a questo punto non posso pure trovare la soluzione: per quella aspetterò una congiunzione astrale più favorevole. Speriamo io possa rialzarmi presto (dovrei afferrarmi per il bavero della felpa e tirarmi fuori dal vortice), ne ho bisogno.
    Ricordo ancora, come se fosse ieri, l'ultima volta che mi sono suicidato.
     
    "Il cielo è tutt’altro che terso, d’un colore fra grigio e glauco: non esistono isole d’ombra in cui rifugiarsi, per non cadere. Spira, incostante, un vento che freddo non lo si definirebbe e lungi dall’esser caldo: è uno di quei momenti di transizione, una di quelle situazioni in cui da un istante all’altro un nembo può assumer sembianze di cactus, per chi lo guarda, o d’angelo. Uno di quegli strani giorni in cui tutto è perduto, nonostante nulla si abbia."
    (dal diario di Luca/luca, 22/11/2004)
     
    December 07

    Del perché sia giusto piangere.

    Credo che sia più semplice ritornare al futuro piuttosto che al passato...non tanto per l'intrinseca difficoltà del viaggio ma quanto per le ripercussioni che esso può avere su di noi. Ritornare al passato è demoniaco, come demoniaco è ritornare al futuro: peccati capitali...ma diversi fra loro. Spero che ciò ho scritto non sia inteso come un ripudio di quel che è stato: i miei fidi lettori (prima ne avevo uno...ora credo si sia scocciato pure lui) sapranno bene quanto io possa venerare il passato, ma intendo ribadire che ogni cosa ha un proprio ruolo e grazie ad esso assume connotazioni e proprietà; se i ruoli diventano impropri, be', allora ovviamente cambieranno di conseguenza anche le caratteristiche del soggetto. Il passato è utile da ricordare, il passato è essenziale per costruire il proprio presente, il passato è dolce da rivisitare (RIVISITARE), ma il passato non deve costringerci a non vivere il presente, il passato non può ritornare (almeno non sotto l'originaria identica forma), il passato serve per essere cambiato dal futuro. Se tornasse, il passato, dove finirebbe il presente? E cosa verrebbe cambiato dal futuro? Si creerebbe un homunculus bifido, un abominio...di quel che una volta era un angelo. Ergo il mio consiglio appassionato e viscerale: le primavere da fragole son belle da ricordare, non da riassaporare. Perfino io spesso mi rammarico e provo nostalgia della "nostalgia del futuro" avuta in passato (ma quante cacchio di nostalgie esistono?!) ma per fortuna la mia accidia relega ogni cosa allo stadio di idea.
    Nella vita commettiamo moltissimi errori, ad ogni livello. Sbagliare è l'unica cosa che sappiamo fare bene, senza fallo, con disinvoltura, amabilmente, testardamente, senza remore, senza rimpianti, con abnegazione, trionfalmente, con luccicanza, da martiri, da re, senza compassione. A volte riusciamo persino a convincerci di non aver compiuto errori, cosa che è un errore ancora più grave. A volte mi sento spossato da questi pensieri, stanco di veder passare sul muro sempre la stessa sequenza di ombre (come generate da un cilindro roteante con all'interno una lampadina) e se la ciclicità s'impadronisce di me è finita: inizio a perdermi fra i ricordi. Poi alcuni eventi scatenano perfino la disperazione e pretendono importanza e non lasciano scampo alcuno. (Calogero,) Davide, Barbara, Linda, Dario, Carmelo, Attilio: quando mai finirà? Sembra una successione esponenziale convergente; per fortuna siamo finiti. Ed allora ci si sente anche sfiniti. Poi ci sono altri anniversari, altre "fini" se così si possono intendere, che meritano di essere ricordate, dolcemente e con un sorriso amarostico sulle labbra (perché non si può fare diversamente). Non esistono tirocinii che possano creare dimestichezza con tali eventi, non esistono protocolli d'intesa che sappiano far capire cosa in realtà accade.
    Un "amico" che non dice, un "amore" che non sa, un "io" che non ha capito mai nulla. A questi io dedico la mia giornata, la mia "lupa" ricca di mistero e di potenza...quando eravamo in cima al mondo e lo guardavamo col sorriso negl'occhi.
    Devo riportare questa pagina del mio diario, resa poi pubblica da volontà invisibile, per rendere omaggio al 1999: annus terribilis, anno dell'inizio di quella che sarà poi la vita adulta (che ancora sembra non esser mai veramente iniziata, col senno di poi).

     

    "Camminavo, solingo, lungo il lastricato e lucente viale. Neanche il rumore dei miei passi potevo udire, tanto er’assordante il silenzio che mi circondava. Il verso dell’upupa e il fruscio dei cipressi, stagliati contro il cielo e circondati d’una leggera brezza, eran dolci melodie…strumenti di quell’immane oblio. Il sole, che con i suoi raggi aveva accesso al pianeta soltanto quasi per gentil concessione, scaldava il mio volto. I miei occhi vedevan oltre quel che avrebbero dovuto, invece, osservare. Lo strano gioco d’ombre creava delle tremolanti isole di luce, quasi accecanti. La marea vibrava intorno a me, con impeto inverecondo, mentr’io credevo d’esser in pace, tranquillamente dondolavo. Ma ecco che, già quando non riuscivo più a veder (a sentir) tutto questo (preda di pseudo stendhaliana sindrome), una forza misteriosa, forse creata dalla sola mia mente, giungeva a turbar la mia vita. Non un attimo d’esitazione: guardai proprio ciò che non avrei dovuto guardare, vidi esattamente ciò che forse non avrei dovuto vedere.

    Due occhi mi fissavano, ma a distanza tale che non potevo far altro che immaginarli, e solo avvicinandomi scoprii trattavasi realmente di due occhi. Oh, che volto serafico! Anch’esso guardava oltre…oltre la sua natura di gelido marmo. Vedeva?

    Il sorriso, le labbra larghe, distese, come per l’attesa di qualcosa di gradito. Soffici, lineari ed appena socchiuse: ritratto di serenità. Lo sguardo proiettato alla vita, vita che non ci sarebbe stata. Ma cosa poteva saperne? Roseo era quel che vedea, speranza brillava sul suo viso, certezza era raggiante dal suo corpo. Così è bello ricordare ciò che mai s’è vissuto. Dopo quanto tempo, quelle labbra, sarebber divenute una parodia contratta di quello splendido e disteso sorriso? Dopo quanto tempo, quegl’occhi socchiusi, avrebbero visto ciò che la realtà mostrava loro?

    Non importa rispondere: è solo con quella plasticità e distensione che bisogna continuare a venerar l’idea della sua vita. Prova della morte, è per me simbolo d’esistenza, esistenza gravida di disillusioni e d’inganni, esistenza colma d’amori rubati e di speranze perdute…ma pur sempr’esistenza.

    Tornerò ancora, a sperar che qualcosa accada. Tornerò ancora, attendendo che qualcosa muti. Fra baci e carezze, una piccola storia mortale."

     

    Sapete com'è finita? Anche questa storia è materialmente morta, come da profezia; ne rimane solo il ricordo (ed è bene così).