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    April 18

    due volte due

    A volte guardare avanti mi confonde, mi dà malinconia.
     
    A volte guardare indietro mi confonde, mi dà malinconia.
     
    Per questo forse ho trascorso interi periodi della mia famigerata vita a guardare a terra (una volta ho pure trovato un bracciale!). Ma il motivo era quello di evitare gli sguardi altrui o quello di evitare d'essere uno di quegli sguardi altrui da evitare? Entrambe le cose mi confondono, mi hanno sempre confuso (non sempre). Annaspavo nell'insicurezza e cercavo di gettare il passo ove fosse ombra, per non cadere, e conosco a menadito ogni asperità e sporgenza sulle quali saltare per rompere la monotonia bipede della mia andatura. Una volta decisi che avrei dovuto guardare solo il cielo e l'orizzonte, le nuvole ed i palazzi...SBANG: un palo. Mi fa quasi ridere il fatto che tutti abbiano una cura semplice ed efficace per malattie che non hanno mai avuto e nemmeno sono in grado di riconoscere. Qual è la vera cura? Chi ce l'ha? Conoscere se stessi non basta, a volte bisogna strappare le idee...per uscire da strani anelli.
     
    (Carpaccio, Zucca, Caponata, Caprino al Nero d'Avola, Marmellata di Mele Cotogne)
    Adoro l'umidità temperata delle giornate uggiose primaverili e adoro respirare le nuvole, dopo aver assaggiato una fragrante spolverata di pioggerellina sottile-sottile-che-non-puoi-dire-di-no. Giornate di déjà vu programmatico, perché si è in due, perché si ricorda il due e due volte due, perché la seconda volta delle seconde volte è sempre quella buona. Ogni bruttura, o cattiveria, si riveste da uno strato di dolce comprensione e allegra malinconia. E' poesia da masticare, il dolce e morbido con lo speziato e coriaceo. Come li accosto? E' come se il sapore entrasse nella mia testa, s'impadronisse di ogni singolo atomo del mio corpo e vibrasse secondo ordini cadenzati e già prestabiliti. Esiste il pensiero senza immagini? Vedere e non vedere: sensazione derelitta di chi, derelitto, è preda. Guardando la macchina superarci, binario parallelo, ho sentito un retrogusto antico e familiare, buono («Me la dà una pizzetta?»). Forse è tramontata l'onirica sinestesia colorata, dov'è finita? Ora impera quella del gusto? Ma il gusto ha un colore? Sì che ce l'ha, basta utilizzare una bella funzione simmetrica («Ecco a cosa servivano!»). Il mondo cambia prospettiva, da orizzontale isola di luce diviene verticale laguna di verde. Luce spazzata via dal grigio dei nembi, verde sfilettato dal fluire della salsedine. Non si gioca più, non si ha più nulla da pianificare; solo osservare e camminare e litigare e fare pace subito dopo, ridendo. Un tempo adoravo il vento.
     
    (Spalla di suino nero dei Nebrodi farcita ai pistacchi di Bronte)
    Ta-tum. Ta-tum. Ta-tum. Batte. Esist(ol)e ancora? Lo sciogliersi morbido e grasso impone la chiusura di tutti gli altri sensi. Il battito si sente ora in testa, ora nella mano, forse anche in fondo al piede (quello destro). Ogni facoltà di pensiero è obnubilata; esistono le immagini senza pensiero? Non riesco più a credere, non riesco più a cedere; ora - che so come fare - classifico perché ho imparato a conoscere e a subire. Vivere è tutt'altra cosa. Vivere è inventare, vivere è sperare l'assurdo, vivere è tremare per la paura che un sogno non si realizzi o si realizzi. Osservare la vita cercando di cogliere ogni aspetto identificativo può aiutare ad evitare sorprese e può aiutare ad ottenere risultati meno peggiori...ma cosa me ne faccio dei risultati meno peggiori se non ho più la mia passione? Cosa me ne dovrei fare della conoscenza (e della ri-conoscenza) se non ho più voglia e desiderio di gettarmi a capofitto nel vuoto? Ma voi credete che io abbia voglia di divertirmi?! Ho solo centinaia di pagine che non leggo più, ho un ferro quasi arruginito che parla spagnolo, ho intere collezioni di polveri colorate e sudate che da anni non vedono luce e non respirano aria. Ho solo teche ingiallite nelle quali custodire ciò che sono stato. Perché qualcuno ha ridimensionato tutti gli spazî che conoscevo quand'ero piccolo? Ora sembrano più angusti, logori, privi della loro magnificenza. Qualcuno dirà che sono i miei occhi a vederli diversi...ed avrebbe pienamente ragione se non fosse per il fatto che i miei occhi son rimasti uguali: sono io a voler vedere tutto rimpicciolito, tutto color nero-linoleum. Ho trovato le patate stregate più buone che abbia mai gustato. Ma alla fine, proprio alla fine, quasi a voler sancire la vittoria della realtà, ecco l'ispessimento delle basse temperature. Pastoso e unto, il mio pensiero si blocca invischiandosi e non "vago più di pensiero in pensiero in periodi di stasi corporea". Devo essermi riaddormentato mentre cercavo di ragionare sul mio intuito (che errore fatale).
     
    Dolce?», «No, grazie», «Amaro?», «Oui, c'est moi»)
    Solo oggi ho provato paura, ho provato paura per due occhi che guardavano, fissi, acquosi, caparbi, azzurri, provenienti da un anfratto primordiale, due. La sensazione fu ben nota già da subito; «Ma certo che non può essere! Figuriamoci se può esser così; è tutto un abbaglio». Ma non era un abbaglio, quei due occhi mi fissavano con un impeto tale che ho trovato, in tutta fretta, solo due spiegazioni: «E' pazza! O è pazza oppure cerca di leggermi dentro...e ci riesce!» Non ho mai avuto paura di sostenere uno sguardo, ho sempre deviato per timidezza o per non sembrare impertinente o anche solo per distrarmi. Solo oggi ho provato paura. Due occhi, snake eyes. Gli occhi come vettori di cosa? Non sbagliava chi sosteneva l'emanazione di misteriosi raggi dai bulbi oculari. Era lo sguardo, doppio, ad essere denso di parole. A volte asimmetrico, a volte come nelle foreste della notte. Terribile. Io non voglio il calore di una abbraccio o di uno sfregamento: questi muoiono come muore la pelle. Io voglio ancora ritrovare uno sguardo che mi faccia tremare, che mi incuta quel calore indelebile nella mente che oggi ho riconosciuto. Amaro.
     
    Seduto su di un grosso masso, con i piedi inzuppati d'acqua, cercavo di rivoltare le pietre più docili attorno a me per scovare i chelati combattenti che non appena sentivano lo scrocio della distruzione iniziavano a danzare inneggiando alla divinità sconosciuta. E cercavo di pronunciare invano le due sillabe che mi hanno perseguitato (e mi perseguiteranno) incessantemente e non riuscivo a trovare sincronia con i miei pensieri, sincronia con le mie azioni; da solo piangevo avvolto nell'oscurità e cullato dalle radici del grande ulivo punitore. Avevo paura del buio, ma ne avevo di più di alcune voci che provenivano dalla luce. Non ho mai avuto quattro anni, nemmeno quando avevo quattro anni.
     

    "A volte, quando salgo le scale, salto qualche gradino, e i gradini saltati, questo, non me lo perdonano."

    "A volte, quando salgo le scale, pesto qualche gradino, e i gradini pestati, questo, non me lo perdonano."