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December 07 Del perché sia giusto piangere.Credo che sia più semplice ritornare al futuro piuttosto che al passato...non tanto per l'intrinseca difficoltà del viaggio ma quanto per le ripercussioni che esso può avere su di noi. Ritornare al passato è demoniaco, come demoniaco è ritornare al futuro: peccati capitali...ma diversi fra loro. Spero che ciò ho scritto non sia inteso come un ripudio di quel che è stato: i miei fidi lettori (prima ne avevo uno...ora credo si sia scocciato pure lui) sapranno bene quanto io possa venerare il passato, ma intendo ribadire che ogni cosa ha un proprio ruolo e grazie ad esso assume connotazioni e proprietà; se i ruoli diventano impropri, be', allora ovviamente cambieranno di conseguenza anche le caratteristiche del soggetto. Il passato è utile da ricordare, il passato è essenziale per costruire il proprio presente, il passato è dolce da rivisitare (RIVISITARE), ma il passato non deve costringerci a non vivere il presente, il passato non può ritornare (almeno non sotto l'originaria identica forma), il passato serve per essere cambiato dal futuro. Se tornasse, il passato, dove finirebbe il presente? E cosa verrebbe cambiato dal futuro? Si creerebbe un homunculus bifido, un abominio...di quel che una volta era un angelo. Ergo il mio consiglio appassionato e viscerale: le primavere da fragole son belle da ricordare, non da riassaporare. Perfino io spesso mi rammarico e provo nostalgia della "nostalgia del futuro" avuta in passato (ma quante cacchio di nostalgie esistono?!) ma per fortuna la mia accidia relega ogni cosa allo stadio di idea.
Nella vita commettiamo moltissimi errori, ad ogni livello. Sbagliare è l'unica cosa che sappiamo fare bene, senza fallo, con disinvoltura, amabilmente, testardamente, senza remore, senza rimpianti, con abnegazione, trionfalmente, con luccicanza, da martiri, da re, senza compassione. A volte riusciamo persino a convincerci di non aver compiuto errori, cosa che è un errore ancora più grave. A volte mi sento spossato da questi pensieri, stanco di veder passare sul muro sempre la stessa sequenza di ombre (come generate da un cilindro roteante con all'interno una lampadina) e se la ciclicità s'impadronisce di me è finita: inizio a perdermi fra i ricordi. Poi alcuni eventi scatenano perfino la disperazione e pretendono importanza e non lasciano scampo alcuno. (Calogero,) Davide, Barbara, Linda, Dario, Carmelo, Attilio: quando mai finirà? Sembra una successione esponenziale convergente; per fortuna siamo finiti. Ed allora ci si sente anche sfiniti. Poi ci sono altri anniversari, altre "fini" se così si possono intendere, che meritano di essere ricordate, dolcemente e con un sorriso amarostico sulle labbra (perché non si può fare diversamente). Non esistono tirocinii che possano creare dimestichezza con tali eventi, non esistono protocolli d'intesa che sappiano far capire cosa in realtà accade.
Un "amico" che non dice, un "amore" che non sa, un "io" che non ha capito mai nulla. A questi io dedico la mia giornata, la mia "lupa" ricca di mistero e di potenza...quando eravamo in cima al mondo e lo guardavamo col sorriso negl'occhi.
Devo riportare questa pagina del mio diario, resa poi pubblica da volontà invisibile, per rendere omaggio al 1999: annus terribilis, anno dell'inizio di quella che sarà poi la vita adulta (che ancora sembra non esser mai veramente iniziata, col senno di poi).
"Camminavo, solingo, lungo il lastricato e lucente viale. Neanche il rumore dei miei passi potevo udire, tanto er’assordante il silenzio che mi circondava. Il verso dell’upupa e il fruscio dei cipressi, stagliati contro il cielo e circondati d’una leggera brezza, eran dolci melodie…strumenti di quell’immane oblio. Il sole, che con i suoi raggi aveva accesso al pianeta soltanto quasi per gentil concessione, scaldava il mio volto. I miei occhi vedevan oltre quel che avrebbero dovuto, invece, osservare. Lo strano gioco d’ombre creava delle tremolanti isole di luce, quasi accecanti. La marea vibrava intorno a me, con impeto inverecondo, mentr’io credevo d’esser in pace, tranquillamente dondolavo. Ma ecco che, già quando non riuscivo più a veder (a sentir) tutto questo (preda di pseudo stendhaliana sindrome), una forza misteriosa, forse creata dalla sola mia mente, giungeva a turbar la mia vita. Non un attimo d’esitazione: guardai proprio ciò che non avrei dovuto guardare, vidi esattamente ciò che forse non avrei dovuto vedere. Due occhi mi fissavano, ma a distanza tale che non potevo far altro che immaginarli, e solo avvicinandomi scoprii trattavasi realmente di due occhi. Oh, che volto serafico! Anch’esso guardava oltre…oltre la sua natura di gelido marmo. Vedeva? Il sorriso, le labbra larghe, distese, come per l’attesa di qualcosa di gradito. Soffici, lineari ed appena socchiuse: ritratto di serenità. Lo sguardo proiettato alla vita, vita che non ci sarebbe stata. Ma cosa poteva saperne? Roseo era quel che vedea, speranza brillava sul suo viso, certezza era raggiante dal suo corpo. Così è bello ricordare ciò che mai s’è vissuto. Dopo quanto tempo, quelle labbra, sarebber divenute una parodia contratta di quello splendido e disteso sorriso? Dopo quanto tempo, quegl’occhi socchiusi, avrebbero visto ciò che la realtà mostrava loro? Non importa rispondere: è solo con quella plasticità e distensione che bisogna continuare a venerar l’idea della sua vita. Prova della morte, è per me simbolo d’esistenza, esistenza gravida di disillusioni e d’inganni, esistenza colma d’amori rubati e di speranze perdute…ma pur sempr’esistenza. Tornerò ancora, a sperar che qualcosa accada. Tornerò ancora, attendendo che qualcosa muti. Fra baci e carezze, una piccola storia mortale."
Sapete com'è finita? Anche questa storia è materialmente morta, come da profezia; ne rimane solo il ricordo (ed è bene così).
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