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    June 17

    Voci Invisibili.

    Ricordo ancora la prima volta che piansi, consapevole di una fine.
    Avvinghiato fra braccia e braccia, gambe e gambe, testa e ventre...lacrime spontanee, dolci e libere iniziarono a sgorgare nel momento più bello che io abbia mai sognato. Perché? Era la fine, era la fine vista nel momento nel quale tutto stava appena cominciando. Perché spesso la fine si fiuta nell'aria, si assapora con due o tre degustate d'aria...spesso la fine è l'aria. Senza pensieri, senza parole, si delinea un retrogusto color del sangue e sapor della ruggine e si acquisisce istantaneamente la consapevolezza di ciò che è destinato ad essere. Qualcuno obietterà che per chi crede nella finitezza, nella discretizzazione, è facile urlare "alla fine, alla fine!"...ma la particolarità unica è che talvolta se ne leggono le motivazioni, le modalità: è solo questione di tempo. La mia prima volta fu un'esplosione immane, quasi maccheronica, da operetta.
    Ricordo anche la seconda volta.
    Corpi tesi, paralleli, una luna rossa da circo...e singhiozzi spontanei, incontrollabili e liberi ruppero il silenzio che solo le onde del mare osavano disturbare. Ed un dolore, un dolore lancinante: non fu dolce come la prima volta, non fu mellifluo e da rassegnati come la prima volta. Fu il pianto per una fine, l'accorato e intenso e campale requiem che spesso si crede non possa esistere, anche questo nel grembo dell'inizio. Fu desolante ed imbevuto di ginestra e salsedine, immerso nel buio di due solitudini che si incontravano senza coscienza.
     
    Non so se ne ricordo anche una terza volta, una quarta, una quinta...forse basterebbe rispondere a questa "semplice" domanda: ciò che non inizia può avere una fine? La risposta, ahimé, non pare essere affatto scontata. Non so quante altre volte io abbia pianto per una cassandrata. Ma piango sempre? No, ho anche riso...ma mai per una fine. Che ne direste di un'anima il cui proprietario che non può nemmeno arrogarsi il diritto di difendere il proprio essere? Risponderò io per voi (e non per dare il solito giudizio): è imprigionata. E un'anima imprigionata può reagire in modi diversi...cercando di fuggire o lasciandosi appassire d'inedia. Signori, le domande sono semplicemente costruibili: i tormenti fanno parte della gioia? I tormenti devono far parte della gioia? Dobbiamo ricercare la gioia priva di tormenti? Un'anima libera sono sicuro darebbe risposta affermativa all'ultima domanda, ma un'anima priva di ali potenti, un'anima costretta in un corpo abituato ad incassare colpi su colpi, potrebbe mai avere anche solo la speranza di ricercare una gioia priva di tormenti? Non dovrebbe...e perché-cazzo allora lo fa?! PERCHE'?! Non dovrebbe forse rassegnarsi a vivere per quel che può, per quel che riesce ad ottenere, diventando man mano più robusta...immune alla ricerca della felicità? Non lo fa, maledizione!
    Non lo fa perché chi ha trovato, una volta, una torbida pietra di luna spera che potrebbe capitare nuovamente...e si perde nel girovagare in una distesa di sterpi ed erba mobile. Imparare ad amare è arduo, spinoso, velenoso: dev'esser sorbito a piccole dosi per esser innocuo e con continuità...perché si dimentica come amare. Si dimentica ogni cosa...
     
    Cosa stavo dicendo? L'ho dimenticato.
     
    Ricordo ancora l'ultima volta che piansi, consapevole di una fine.
    E' come se potessi sfiorarla con i miei occhi, annusarla con le mie mani. L'interrogativo che prende egemonia è : "Che farne di questa consapevolezza?" Prenderla a pugni, come le prime due volte, o cullarla, seguirla e poterne degustare i frutti? Non so cosa potrebbe rispondere un'anima libera, ma un'anima prigioniera risponderebbe sicuramente che l'idea giusta è quella di assecondare il pianto, prefico e amaro, e di ridursi nuovamente alla propria schiavitù auto-imposta. Se si dev'esser prigionieri...allora forse è meglio conoscere il proprio carceriere, forse si potrà usufruire di qualche libro in più da amare. Sì, la scelta è fatta. Ma a cosa vale una scelta se poi non si ha la forza per attuarla? Anche le foglie autunnali credono di poter controllare il flusso del vento? Personalmente credo che loro siano più sagge di noi uomini.
     
    Spero di non dover più ricordare tutte le volte che piansi, consapevole di una fine. Potrei cedere.
     
    "In your head, in your head they're still fighting with their tanks and their bombs and their bombs and their guns. In your head, in your head...they are dying."
    ("Zombie", The Cranberries)

    Comments (1)

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    Mi piace il concetto che una scelta è vana se non supportata dalla forza di attuarla. Come politica insegna, un cretino che fa ha più valenza di taaaaanti filosofi che non fanno. Roba spicciola per gente spicciola. Però il tumultuoso riposo tra sensazioni bagnate è vero e reale come una pietra in un campo ed è altrettanto valente, seppur circoscritto e limitato nell'Io.
    Ultimamente penso spesso che si nasce in A e si finisce in B, per tutti. Poi, che sia una linea retta o che con una linea continua ci si disegni un Picasso, è un altro discorso. Mi piace però pensare che la linea sia un filo, che si intreccia con quello degli altri e che, quando vien tirato, strattona tutti gli altri. Sono queste scosse che disegnano curve su quella che altrimenti è una linea retta (credo).
    Anche comprare una pistola è una scelta, e premere un grilletto è atto di straordinaria volontà. Dopo che lo si è premuto, ci si accorge di quanto difficile era e quanto facile è stato. E' stato più difficile decidere di comprare la pistola, cercare la pistola adatta e comprarla. E dopo tanta sbattita, non spendiamo qualche altra caloria della colazione del mattino per sparare?
    June 17

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