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    October 11

    stORieMaledETte

    Quest'anno l'autunno è giunto in maniera strana: non una fine né un inizio ben delineati; un po' di girotondo fra nubi. Alle prevedibili pioggie estive il pantocrate ha preferito delle preventive castagne primaverili (ora capisco da che cosa derivi la saggezza del saper osservare!). Tutto iniziò con una carrubba, anzi con una Carrubba e con una carrubba. Marrone ligneo, dolciastro e gustoso, incastonato di gemme cristalline e rossastre e dolci: tutto da sputacchiare dopo averne succhiato il sinestetico sapore. Non credo sentirò più «Va' pigghimi un granatu, beddu rossu!».
    Non vi sembra che a volte, in ben determinati periodi, un'idea si solidifichi nella mente e pretenda egemonia? Un'idea che s'installa e che pretende che ogni altro pensiero debba essere correlato e relazionato ad essa. A volte c'è un fattore scatenante, altre volte l'epicentro si trova qualche metro sotto terra...magari osservando una desueta dissolvenza in bianco, quasi a dissacrare l'idea funesta del lutto e del dolore (molto è quello che non sappiamo e spesso agiamo in modo estremo soltanto in base a quello che immaginiamo, con presunzione ed egocentrismo). A volte fa molto bene guardare tutto dopo averlo negativizzato: saltano all'occhio proprietà che prima rimanevano nascoste, forse il nostro cervellino è abituato a dare maggiore importanza a determinate gradazioni dello spettro. Tale idea si ripercuote perfino mentre si osservano, in movimento inerziale, degli specchi di cielo incastrati fra colline di fango in modo da scimmiottare la natura fingendosi dei piccoli mari, dei piccoli universi indipendenti. Il tempo e lo spazio modificano perfino l'anima dell'universo, seguendo un parallasse impazzito e nevrotico. E, come se non bastasse, i fatti vengono quasi invocati dall'idea stessa, creati ad hoc fino a diventarne effetto e non più causa; la vita propria detenuta dall'idea diventa così un fenomeno in grado di modificare la realtà e ci si ritrova in una casa mai più visitata da tempo immemore e rivedere una scena di altre vite, di altri mondi: «Sciroppu di uva e pinnuli ri carni infurnata, veru Ianciulina?». Un ammasso di stranezza ingloba un cuore che era già deciso a cambiare (ma tutti i cuori sono sempre decisi a cambiare! La vera rivoluzione sta nel cambiare) ma che rimanda all'indomani ogni azione. Prima o poi l'indomani arriva, a meno che non ci si prenda gioco di se stessi credendo di poter vivere un infinito potenziale in una situazione che di infinito non ha proprio nulla. E' inevitabile così perdersi nei ricordi e stavolta si materializza proprio l'antitesi dell'idea, in un'esplosione immensa di gioia e di negazione di ciò che si era vissuto pochi momenti prima. Stavolta, forse, il nero è il colore giusto da associare. L'ipocrisia diviene più forte quando siamo felici che quando siamo tristi, forse riusciamo ad essere davvero sinceramente tristi, per una manciata di istanti, per la tristezza altrui ma non sinceramente felici per l'altrui felicità. Sì, forse per capire meglio bisogna negativizzare tutto; i colori che vedremo saranno comunque tutti sbagliati, la vera lezione da acquisire è che non esiste un colore giusto...bisogna saper giocare con le simmetrie cromatiche.
    Il giorno successivo di una giornata strana è a sua volta una giornata strana e la si vive con molta enfasi e con molto spirito d'iniziativa, forse perché ci si illude di essere riusciti davvero a cambiare, d'esser riusciti a cambiare cuore. Il giorno dopo ancora si acquisisce, invece, la consapevolezza d'aver fatto un buco nell'acqua e che la strada è ancora lunga e tortuosa, non come quella delle buone intenzioni. Calcolare posizioni di lineette è decisamente più impegnativo e più odioso di dover osservare caotiche curve spaziali disegnate da...«Ma chi ssu 'sti cuasi?» -  «Ma comu chi ssu? Crastuniedda ruci ruci!». Ci si riconduce ogni volta a vivere delle emozioni fortissime che si sono provate millenni prima, quando ancora non si comprendeva la loro importanza ma che per fortuna vengono rivalutate col trascorrere del tempo, vengono riconsiderate, vengono trasformate. E' un male comune, l'amore verso quel che non c'è più (e come funziona per quello che era odiato?). Siamo sempre attaccati al passato, consciamente o meno...perché poi? Forse perché speriamo nel futuro.
     
    Spesso danziamo attorno all'idea della morte, la vezzeggiamo, la corteggiamo. Quelli che sembrano essere i più temerari ne fanno di essa la loro principale attrattiva, gli altri fanno finta di non conoscerla perché ne hanno timore. Non riusciamo mai a centrare quale possa essere la vera, enorme, paura...perché ci rifiutiamo di prendere in considerazione una guerra aperta contro il timore più grande, che non è quello di perdere tutto in un sol colpo. La cosa dalla quale distogliamo sempre il pensiero, inconsciamente, è il perder tutto a poco a poco, lasciandocelo scivolare dalle dita e non per mera distrazione ma per pura incapacità. Cellule che si rilasciano, si allontanano, invecchiano ed infine perdono le loro antiche funzionalità. Andature non più fiere e baldanzose ma caute e tremanti, lente. Passeggiate non più spensierate e tanto per il gusto di farne ma agitate e affannose, che si concludono in un repentino ed incontrolabile afflosciarsi. Questo sembra essere il nostro vero timore, quello di invecchiare, trasformarci in peggio, perdere abilità. Questo è un pensiero che raramente si riesce a sopportare con calma e tolleranza. E' spaventoso, poi, accorgersi di come questa fobia sia ingannevole (quasi) più di ogni altra cosa (cuore a parte); così crediamo di non aver paura di invecchiare, che potrebbe essere bello invecchiare, che s'impara tantissimo invecchiando...sì. Ma qual è il pensiero che più sovente, con una lacrima che cerca di sfuggire, riempie il nostro petto di angoscia? Non è forse il "come eravamo"? Non è forse il "come non siamo più"? A quanto pare le paure mutano col trascorrere del tempo, perché forse abbiamo bisogno della paura per vivere, come del pregiudizio. Non so se quel che sto per scrivere valga in generale, credo di no. Lo scriverò soltanto per me. Quand'ero piccolo temevo la morte, la perdita repentina e totale dei miei possessi. Crescendo mi son reso conto che l'oggetto più tetro dei pensieri è quello di invecchiare, è la cosa che provoca più dolore, più timore. Spero che quando, e se, diventerò vecchio (anche se dico sempre di esserlo già) io possa riuscire ad imparare ad aver timore della vita...credo sia questo il modo migliore per lasciarla. Con una bella e insolita ed ammiccante dissolvenza in bianco.
     
    Nel frattempo continuerò a fare dei buoni propositi, continuerò a fingere di essere lieto di invecchiare, continuerò ad osservare con malinconia i mutamenti indotti dai ricordi e continuerò a fare del mio nuovo giorno un altro giorno (ma con la gratificante e dolce consapevolezza di riuscire a comprendere quel che accade agli altri, perché lo si è vissuto o pensato). Svegliarsi per rimettersi in gioco è essenziale, anche se soltanto per ridicola finzione. Inizio a rigirarmi nel tiepido torpore delle lenzuola. Il sogno.
     

    «Oh, George, non essere morto.» ("Blaze", S. King)

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