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(della suuuper nonna!)
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Fantasie distopicheper chi, come me, non capisce. 10月11日 stORieMaledETteQuest'anno l'autunno è giunto in maniera strana: non una fine né un inizio ben delineati; un po' di girotondo fra nubi. Alle prevedibili pioggie estive il pantocrate ha preferito delle preventive castagne primaverili (ora capisco da che cosa derivi la saggezza del saper osservare!). Tutto iniziò con una carrubba, anzi con una Carrubba e con una carrubba. Marrone ligneo, dolciastro e gustoso, incastonato di gemme cristalline e rossastre e dolci: tutto da sputacchiare dopo averne succhiato il sinestetico sapore. Non credo sentirò più «Va' pigghimi un granatu, beddu rossu!».
Non vi sembra che a volte, in ben determinati periodi, un'idea si solidifichi nella mente e pretenda egemonia? Un'idea che s'installa e che pretende che ogni altro pensiero debba essere correlato e relazionato ad essa. A volte c'è un fattore scatenante, altre volte l'epicentro si trova qualche metro sotto terra...magari osservando una desueta dissolvenza in bianco, quasi a dissacrare l'idea funesta del lutto e del dolore (molto è quello che non sappiamo e spesso agiamo in modo estremo soltanto in base a quello che immaginiamo, con presunzione ed egocentrismo). A volte fa molto bene guardare tutto dopo averlo negativizzato: saltano all'occhio proprietà che prima rimanevano nascoste, forse il nostro cervellino è abituato a dare maggiore importanza a determinate gradazioni dello spettro. Tale idea si ripercuote perfino mentre si osservano, in movimento inerziale, degli specchi di cielo incastrati fra colline di fango in modo da scimmiottare la natura fingendosi dei piccoli mari, dei piccoli universi indipendenti. Il tempo e lo spazio modificano perfino l'anima dell'universo, seguendo un parallasse impazzito e nevrotico. E, come se non bastasse, i fatti vengono quasi invocati dall'idea stessa, creati ad hoc fino a diventarne effetto e non più causa; la vita propria detenuta dall'idea diventa così un fenomeno in grado di modificare la realtà e ci si ritrova in una casa mai più visitata da tempo immemore e rivedere una scena di altre vite, di altri mondi: «Sciroppu di uva e pinnuli ri carni infurnata, veru Ianciulina?». Un ammasso di stranezza ingloba un cuore che era già deciso a cambiare (ma tutti i cuori sono sempre decisi a cambiare! La vera rivoluzione sta nel cambiare) ma che rimanda all'indomani ogni azione. Prima o poi l'indomani arriva, a meno che non ci si prenda gioco di se stessi credendo di poter vivere un infinito potenziale in una situazione che di infinito non ha proprio nulla. E' inevitabile così perdersi nei ricordi e stavolta si materializza proprio l'antitesi dell'idea, in un'esplosione immensa di gioia e di negazione di ciò che si era vissuto pochi momenti prima. Stavolta, forse, il nero è il colore giusto da associare. L'ipocrisia diviene più forte quando siamo felici che quando siamo tristi, forse riusciamo ad essere davvero sinceramente tristi, per una manciata di istanti, per la tristezza altrui ma non sinceramente felici per l'altrui felicità. Sì, forse per capire meglio bisogna negativizzare tutto; i colori che vedremo saranno comunque tutti sbagliati, la vera lezione da acquisire è che non esiste un colore giusto...bisogna saper giocare con le simmetrie cromatiche.
Il giorno successivo di una giornata strana è a sua volta una giornata strana e la si vive con molta enfasi e con molto spirito d'iniziativa, forse perché ci si illude di essere riusciti davvero a cambiare, d'esser riusciti a cambiare cuore. Il giorno dopo ancora si acquisisce, invece, la consapevolezza d'aver fatto un buco nell'acqua e che la strada è ancora lunga e tortuosa, non come quella delle buone intenzioni. Calcolare posizioni di lineette è decisamente più impegnativo e più odioso di dover osservare caotiche curve spaziali disegnate da...«Ma chi ssu 'sti cuasi?» - «Ma comu chi ssu? Crastuniedda ruci ruci!». Ci si riconduce ogni volta a vivere delle emozioni fortissime che si sono provate millenni prima, quando ancora non si comprendeva la loro importanza ma che per fortuna vengono rivalutate col trascorrere del tempo, vengono riconsiderate, vengono trasformate. E' un male comune, l'amore verso quel che non c'è più (e come funziona per quello che era odiato?). Siamo sempre attaccati al passato, consciamente o meno...perché poi? Forse perché speriamo nel futuro.
Spesso danziamo attorno all'idea della morte, la vezzeggiamo, la corteggiamo. Quelli che sembrano essere i più temerari ne fanno di essa la loro principale attrattiva, gli altri fanno finta di non conoscerla perché ne hanno timore. Non riusciamo mai a centrare quale possa essere la vera, enorme, paura...perché ci rifiutiamo di prendere in considerazione una guerra aperta contro il timore più grande, che non è quello di perdere tutto in un sol colpo. La cosa dalla quale distogliamo sempre il pensiero, inconsciamente, è il perder tutto a poco a poco, lasciandocelo scivolare dalle dita e non per mera distrazione ma per pura incapacità. Cellule che si rilasciano, si allontanano, invecchiano ed infine perdono le loro antiche funzionalità. Andature non più fiere e baldanzose ma caute e tremanti, lente. Passeggiate non più spensierate e tanto per il gusto di farne ma agitate e affannose, che si concludono in un repentino ed incontrolabile afflosciarsi. Questo sembra essere il nostro vero timore, quello di invecchiare, trasformarci in peggio, perdere abilità. Questo è un pensiero che raramente si riesce a sopportare con calma e tolleranza. E' spaventoso, poi, accorgersi di come questa fobia sia ingannevole (quasi) più di ogni altra cosa (cuore a parte); così crediamo di non aver paura di invecchiare, che potrebbe essere bello invecchiare, che s'impara tantissimo invecchiando...sì. Ma qual è il pensiero che più sovente, con una lacrima che cerca di sfuggire, riempie il nostro petto di angoscia? Non è forse il "come eravamo"? Non è forse il "come non siamo più"? A quanto pare le paure mutano col trascorrere del tempo, perché forse abbiamo bisogno della paura per vivere, come del pregiudizio. Non so se quel che sto per scrivere valga in generale, credo di no. Lo scriverò soltanto per me. Quand'ero piccolo temevo la morte, la perdita repentina e totale dei miei possessi. Crescendo mi son reso conto che l'oggetto più tetro dei pensieri è quello di invecchiare, è la cosa che provoca più dolore, più timore. Spero che quando, e se, diventerò vecchio (anche se dico sempre di esserlo già) io possa riuscire ad imparare ad aver timore della vita...credo sia questo il modo migliore per lasciarla. Con una bella e insolita ed ammiccante dissolvenza in bianco.Nel frattempo continuerò a fare dei buoni propositi, continuerò a fingere di essere lieto di invecchiare, continuerò ad osservare con malinconia i mutamenti indotti dai ricordi e continuerò a fare del mio nuovo giorno un altro giorno (ma con la gratificante e dolce consapevolezza di riuscire a comprendere quel che accade agli altri, perché lo si è vissuto o pensato). Svegliarsi per rimettersi in gioco è essenziale, anche se soltanto per ridicola finzione. Inizio a rigirarmi nel tiepido torpore delle lenzuola. Il sogno.
«Oh, George, non essere morto.» ("Blaze", S. King) 9月6日 Punti FissiIn uno spazio euclideo ogni funzione continua che porta la palla unitaria in se stessa ha un punto fisso.
(Teorema del punto fisso di Brouwer)
9月4日 ...e fu mattina: secondo giornoAprire gli occhi e ritrovarsi immersi in una luce non soffusa ma non violenta, non artificiale ma non vivifica: è come vorrei svegliarmi ogni mattina. Finamente aprire gli occhi e non pensare al "dovere", non pensare nemmeno al "piacere"...pensare assolutamente a nulla anzi, non pensare; questo è un lusso che poco spesso riesco a permettermi. Quale potrebbe esserne la causa? (La felicità). La felicità?
Manca un pezzo e la sveglia suona, cioè manca la sveglia ma il cellulare suona, cioè "un diamante è per sempre". Rotolo a destra fino al primo custode, poi a sinistra fino al secondo: sono ancora circondato; bene, anche oggi dovrò volare. Picci-picci-picci e il piede si muove a scatti, per scongiurare la solleticosa tortura ma non sortisce alcun altro effetto, come la ritmata cantilena che continua a ripetersi periodicamente. Caffè, tanti caffè, e una figura "strana", ancora tutta da decifrare. Ah, ma è tardi! Corri corri, prepara prepara, swisshhh swosshhh e si riparte con l'arca. Puffi di qua, puffi di là: ma non li troverai! Puffi di qua, puffi di là: ma dove sono chissà! Devo riconoscere che però è delizioso viaggiare su un nastro di Möbius chiamato tangenziale e rivedere le stesse facce, le stesse zampe, anche al contrario: l'unico problema è che ci vuol tempo ed il tempo è troppo spesso il nostro principale nemico (quando non è impegnato ad essere il nostro principale amico). Maxwell non avrebbe saputo trovare alcun metodo per misurare i campi elettromagnetici generati dalle quattro teste vorticanti (quanti moti relativi!), ma per fortuna (o forse perché tutto è così) si arriva sempre ad una situazione di equilibrio. Sì, credo che la natura possa essere descritta con un'unica parola: "EQUILIBRIO". Forse persino ciò che è innaturale tende sempre all'equilibrio, ma a questo dovrò pensarci più oculatamente in seguito. L'aria fresca ci investe ma la visione è desolante, man mano che s'avanza, ed ancora più desolante è riaquistare l'aria calda a mani quasi vuote. C'è il tempo (non ci sarà il tempo) ancora per un'altra ricerca, ma prima bisogna scegliere in fretta e furia che cosa vogliamo diventrare, almeno per oggi. Giornate pistacchiose, giornate mpinnacchiose: si sa, antica saggezza popolare. Ancora una volta niente di fatto e «Dovrei chiederti un favore» (tutto vergognato). Si ritorna al campo base e la piccola vedetta lombarda osserva, pianifica, scruta per ottimizzare tempi e spostamenti: all'angolo di quella chiesa a consolare i belli ed i brutti. Oh, com'è bello passeggiar con Nizy, Nizy ti sa rallegrar: anche quando è un giorno dei più neri, Nizy il sole fa spuntaaaaaar. Ed è da ciò che a volte crediamo più inutile, superfluo, che nascono le "casualità" che non si era riusciti ad agguantare con tutto l'impegno e la forza che abbiamo in corpo (ed oltre). Fu così che i nostri eroi scovarono il tempio perduto e conquistarono le loro ambite coppe: un tocco d'umanità che riempie di calore, quasi di gioia, nonostante nulla di gioioso sia accaduto. Ma allora "vivere" è questo? Per vivere non basta la nostra singola vita, ripiegata su se stessa, per vivere servono molte vite...concatenate. L'ormai "solita" (ma si può dire "solito" di un qualcosa che è nuovo, recente, incerto?) voce: «Se ti fa piacere e se non hai altro da fare».
Ricerche a testa in giù, prospettive laterali e mappe che memorizzate in un mucchio di neuroni acquistano una nuova dimensione non appena si entra a far parte della mappa: la stanza è ormai il rifugio segreto che ognuno di noi custodisce all'interno della propria anima, la stanza perduta. Una mano, alzata in segno benevolo ma tanto superbiosamente da apparire tutto il contrario, non fa altro che puntarmi dall'inizio alla fine e mi segue perfino quando lascio il respiro e fino a quando lo avvisto. Poi la mano scompare. Quanto si può capire da uno sguardo, da un sibilo, da una parola, quando ci si conosce da tanto tempo e si è imparata l'affinità. La capacità più grande del voler bene è quella di saper tacere e di non far sentire all'oggetto del nostro volere che sappiamo: sarà infatti lo stesso soggetto ad accorgersene e ad esser grato del silenzio ricevuto. Io so di voler bene e so che qualcuno mi vuole bene. La navigazione è pacata (tutto è così pacato, stavolta) ed a tratti divertente. La caratteristica per la quale divergiamo è di sicuro l'immensa tranquillità che sembra essergli propria e l'immensa tensione che riesco sempre a generare (consumandomi?). Tutto sembra così semplice così, ridotto all'osso. Riconosco la strada: l'ho percorsa e ripercorsa in un'altra vita, mille fantasecoli fa, ascoltando analoghe parole. Spesso è uno strano dolore, quello di sentirsi vicini a fulcri che sono stati tanto importanti nel proprio passato e che adesso sembrano così...sfioriti. Intanto si arriva, come sempre si arriva. L'acqua scorre lenta, la voce risuona metallica, le grate tintinnano e il sole picchia...e finalmente le porte si aprono per i poveri principi del Maine. E' un mondo fuori dal mondo, quel che si cerca di ricreare con la tecnologia: l'idea di poter vivere in maniera artificiale, su un altro livello di complessità (oracolo docet). La mucchina vola e l'olio alla citronella viene asperso per infondere benedizioni profumate a calzini e mutande: fate questo in memoria di me. L'attimo di riposo fu fatale per la decisione di lasciarsi cullare da mille-e-cinquecento-euro fino ad emulare un'orientale danza orizzontale. La mucchina ri-vola e si giunge fino alle colonne d'ercole, ai confini del mondo e come spesso accade il viaggio è faticoso e dall'apparenza inconcludente, ma raramente ci si accorge che un viaggio ci cambia e ci dona delle idee che forse sarebbero state altrimenti assenti. Le tentazioni, accidia e gola, spesso si fondono assieme per regalare un amaretto (frantumaaaato per nieeeente!!!) e qualcosa di rosa-osa-osa. Non so cosa pensare, forse lo saprei, forse lo immagino ma non so come leggere, come sentire questi momenti. Il richiamo della musica è spesso forte ed una chitarra "che non suona" che suona è un'attrattiva bella da guardare ma non bella da provare...ed a nulla può servire stringere un polso e tirare come a nulla può servire strattonare un mulo se questi ha deciso che non deve più muoversi...e "nothing else matters". Due pollici e due indici virtuali possono emularne di reali, ma la mancanza di "quel" qualcosa è più che palpabile; è disarmante. L'immersione nelle tetre caverne dimenticate induce uno smarrimento che favorisce la cancellazione delle avventure precedenti e fornisce un ristoro temporaneo (ma da cosa? Dal finto mondo?). Non c'è niente di meglio, per riacquistare finzione, che immergersi nella finzione della finzione; com'è tutto cambiato, così diverso. Non si respira più il vecchio cameratismo e la grandezza dei supporti rende tutti più lontani, la ricchezza dei suoni rende tutti più sordi. Non è questo quello che ricordo del mio vecchio cantuccio ludico. Visti dal retro sembrano un po' comici (mi son reso conto che mi mancano molte prospettive!), ognuno impegnato a calpestare il tastone giusto e si sballonzola a sinistra e a destra, avanti e indietro. Salti lunghi, instabili, barcollanti e mosse non prestabilite tanto da sembrar casuali a volte battono i salti decisi, vigorosi, bassi, regolari e cadenzati: sembra tutto così strano da osservare, in realtà è la situazione ad essere strana. Cosa ci vuole? Ma un bel Leon, sgambettante e salto-rotolante: fasti di un'epoca che ormai non tornerà più. Anche questo mondo è andato avanti. La giornata così sta per finire...ma sta per finire?
Il crepuscolo rende fastidiosa la vista di ciò che è scarsamente illuminato, sia da luci vere che da luci finte: è uno di quei momenti di transizione durante i quali gli oggetti posso assumere sembianze strane e sconosciute. Il percorso, stavolta più lineare, è farcito dalle solite note ma da un timbro nuovo, più basso, più pacato, più da abbracciare (mentre la stoffa separa). E' un attimo ritrovarsi, poi, a ricoprire la parte di spietati gangster che osservano dal loro loculo movimenti altrui. «Gli si può chiedere di cenare con noi?». «Gli di si DEVE chiedere di cenare con noi!». Ed inizia l'altra avventura, fra i meandri del pensiero. Friggi e fungheggia e taglia e lava e perdersi tante verità che nel frattempo proseguono incessantemente ad aver luogo: quante cose ci si perde, della nostra vita (crash, porc, niente). Parole, sguardi, contatti: ma che cosa sta accadendo? E' una sera molto strana. Finalmente birra. C'è a chi piace il tonno, eh? Chiudersi in un guscio, e tutto il resto fuori, non ha prezzo: cinque parlanti, mariti e mogli, cognati, cugini e...nessuno. Ridere, ridere, ridere ancora. Tutto ha una fine e questa fine la vediamo sempre arrivare discreta e incessante, ma a volte è proprio prorompente e indesiderata. Tutti in subbuglio a prepararsi per l'addio. «Prendi questo». «No». Ed osservare il punto bianco penzolare da un'altezza che non avrebbe nemmeno osare immaginare e continuare ad osservare il dondolio per infinito tempo (pochissimi secondi) come se tutto dovesse bloccarsi per sempre in quella ricerca di un equilibrio negato. Perché? Non nascondo, ora, il desiderio di dire semplicemente «sì», ma non ho nascosto l'idea di sentirmi inadeguato. Non ho fatto troppe storie. L'abbraccio finale, l'ultimo abbraccio, mi ha riempito di idee che non ricordavo da tempo. E' stato deciso, forte, caloroso, dolce. Ho pensato che forse tutta questa storia non è poi tutta sbagliata, che nonostante si possa perdere fiducia in alcuni casi e speranza per il futuro alla fine l'idea della quantità rimane l'idea regina, anche quando si è convinti non sia così. Ma se qualcuno sorride a te, un domani ancora c'è...e come per i teoremi da dimostrare, non potremo mai sapere a priori quando o se riceveremo un sorriso. La discesa fu buia e rumorosa e per una seconda volta ho rivisto l'amuleto sul palmo della mia mano, tesa verso un'idea, a reclamare la mia inutilità. Ma la cosa era stata fatta, sapevo già non si sarebbe tornati indietro. Ho potuto solo replicare con un candido ed ormai avvilito grazie (ma quanto era contento). Benedetti(ni) gli affamati, perché saranno nutriti. La via, scura, grigia, quasi lugubre, ma sempre affascinante all'inverosimile mi ha accolto per un'ultima vista. Ho rivisto un luca che poco pensieroso e rassegnato s'inerpicava per raggiungere una stanza non sua, per ricominciare una nuova nottata. 132. Un altro ultimo abbraccio e mpinnacchiu per salutare la fine di due giorni all'insegna di...all'insegna di...e che ne so! Sto ancora cercando di capire, di decifrare, di ascoltare. Tutto scorre e tutto muore: vorrei possedere la capacità di dissimulare i calcoli temporali, io che di calcoli non voglio sentirne parlare. 132.
L'ora della partenza si fa più vibrante, ora che si è innescato un meccanismo non reversibile. Anche stavolta si è tutti fuori a stringersi e a promettere di ritrovarsi presto, prestissimo. Perché a volte accade che strani bacini d'attrazione prendano vita a partire da singoli ed isolati punti e che le onde generate da tali bacini possano sembrare imprevedibili, ma risultano invece aggraziate, regolari e cariche di forza e passione. Ma cosa accade? Esistono intersezioni, in tali situazioni? Ci si avvolge, freneticamente e come in una ghirlanda brillante, sfiorandosi e sussurrandosi mutuamente parole e sospiri o ci si lega fino a formare cappi che non possono essere sciolti se non con bruschi strappi? Non credo possa esistere una risposta e se esiste di certo ha bisogno di tempo per poter prender vita. Nel frattempo è necessario non dimenticare, ma come si potrebbe dimenticare?! Non c'è cosa più bella, più lieve e più luminosa di quando ci si ritrova "vicini", forse casualmente, senza alcun valido motivo, ma si riesce ad assaporare l'altrui respiro e camminare in sintonia come tenendosi per mano...nonostante non sia possibile farlo. E' così misteriosa, la vita.
"Essere nel cuore", una locuzione tanto comune quanto difficile da eviscerare per raccoglierne il significato più intrinseco. Ma a volte è semplicemente giusta, senza motivazioni né spiegazioni, a volte è l'unica espressione che si può utilizzare essendo sicuri di non aver sbagliato. Quando si ha qualcuno nel cuore o si è nel cuore di qualcuno lo si sente, semplicemente. Non esprimo mai desideri, quasi mai (o meglio, ne esprimo sempre e soltanto uno), ma stavolta voglio farlo: desidero che si possa avere pazienza e voglia d'aspettare una prossima volta. Dulcissime.
«Cummari, tu po' fari tutti cosi!».
con una lancia ardente e su un cavallo d'aria,
vado errando per solitudini immense."
(Canzone di "Angelo il folle", da "Terre Desolate" acquistato al mercatino)
9月3日 Primo giorno: fu sera...A volte, quando guardo il mondo, mi chiedo che cosa possa esserci oltre ciò che vediamo...in che cosa siamo immersi? Molti hanno fornito risposte a tali domande, risposte fra le più svariate tirando in ballo dalla scienza alla religione. "Non si deve, nella scienza, prestar fede senza dimostrazione a ciò che è dimostrabile", sì...ma come potremo mai sapere a priori che cosa è dimostrabile oppure no? Beato Gödel, ora pro nobis.
"Oggi voglio non essere me stesso, voglio essere calmo e rilassato e l'ultima cosa che farò sarà quella di creare problemi", sentirsi pronunciare queste parole (quasi con stanchezza strascicata) come provenienti dall'oltretomba è una strana sensazione, una di quelle che ti fanno sentire grande, finalmente diverso. Che cosa c'è di strano?! Picciò! Io sono luca, io me li invento i problemi! Ecco perché "i due giorni" sono cominciati già in modo inusuale prima ancora di salire in macchina. "Dimmi ancora quanto pesa la tua maschera di cera, tanto poi tu lo sai si scioglierà come fosse neve al sol, mentre tutto scorre". Fermi ad aspettare. «E' lei!». «No, i capelli sono ricci e poi lei è più bassa!». Sì, non c'è dubbio, è lei...che con un semplice gesto della mano riesce a fermare un autobus in partenza. E' confortante sapere che certe cose non cambieranno mai, nonostante possano cambiare acconciatura o altezza. "U suli ora trasi 'ntru mari e fannu l'amuri: un c'è cosa cchiù granni". E' un bel contrasto, quello del cielo plumbeo e quello dei pistacchi smeraldini: è un bel contrasto guardare un colore e mangiarne un altro, soprattutto se sono colori preferiti, soprattutto se i suoni che accompagnano questi colori sono quelli che non si sentivano da tanto tempo. Mi sembra di essere a casa, nonostante la stanza sia diversa, i mobili diversi, le bottiglie di jack diverse e i materassini uguali. "I've got a picture in my room (in my room). I will return there I presume (should be soon)". E poi scarpinare, per strade vecchie viste da prospettive nuove, da altezze nuove, per giungere ad una stanchezza da folla...ad un'ebrezza da respiri (tutti come sottofondi, dieci, cento, mille respiri che coprono perfino le voci delle automobili che scorrazzano). Poi una fragola che sono vere fragole di bosco e un limone che è vero limone, tutto farcito dall'Escher più iperbolico che abbia mai visto, e poi il rientro, l'inerpicata attraverso una nuova prospettiva stesicorea, al carcere. "You could be my unintended, choice to live my life extended". Fase preparatoria, l'unica sera, la grande sera. Tenerissimo e nuvole in terra dal sapore aggressivo, dolce, acquolinoso: puppetti, cipuddata e 'nsalata. La cosa più porca è gustare, sentire, il grasso sciogliersi liberando un'anima verde e sentirlo sfrigolare a qualche metro di distanza, «Pronto! Servizio! Presto! Involtino in più!», e sentire la felicità che sale e sale perché è come se si fosse vissuti così da mille e ancora mille anni. Io adoro sentirmi a mio agio: sono un abitudinario. "Mama, now I'm coming home: I'm not all you wished of me". Infine basta rotolare per il ferro di cavallo più lungo che io abbia mai visto per giungere (ma perché non ricordo nulla?) al fulcro degli appuntamenti del lunedì. Mare di respiri, gente, ma stavolta ci sono più abituato e il posto 'muroso' mi rende tranquillo, sicuro e la fortuna aiuta non sempre gli audaci. Amico numero uno. Spezzatinu chi vola, vinu ch'abballa e menta che straborda. Osservo tutto con un po' di distanza fra me e il mondo, sgusciare in mezzo alla folla è una virtù divina...soprattutto se è per lasciarsela alle spalle. "Un minuto, resta un minuto per poterti dire...". «Dove sei?». «Ci stiamo spostando». «Ci vediamo in piazza Massimo». Ed arrivati lì: «Sono al centro dove c'è la fontana». E da lì iniziò il gioco per trovare l'incognita (die coss), il cosmopolitan giusto che era sbagliato e il negroni sbagliato che era giusto...ed il ritorno alle quattro rose, quelle vellutate, quelle che mi hanno riscaldato da sempre, per quanto io riesca a ricordare. Ovviamente alla fine il complotto dell'acino d'uva, con la varicella, ha messo a repentaglio la mia vita...ma son sopravvissuto, come sempre. Senza meta. "Say you're the best they've ever seen, You should have never trust in Hollywood". Passeggiamo che il lupo non c'è, lupo che fai? Amico numero due (alle spalle). Rivedere 'sagata' con quella strana atmosfera, vecchia ma inedita, mi ha messo molta malinconia. Forse rimpianto, forse soltanto semplice voglia di passato o forse nuova voglia di un nuovo futuro. Chissà. E allora voliamo su di una stella, passannu di l'acchi, ma soltanto per bere e non per sognare. E così fra uno stregone ed un mago si sorseggiano pensieri, si ingollano pezzi di emozioni e si respirano sguardi. Un melograno è già maturo e fa venire voglia di provare. «E pattìu mpinacchiu!». Non ridevo così da non so quanto tempo. "Somewhere, between the sacred silence and sleep. Disorder, disorder, disorder". Il percorso a ritroso non è stato così difficile come ce lo attendavamo, forse perché quando si è vissuti fuori dal tempo tutto sembra più facile, sembra diverso: perfino il buio della notte non riesce ad appiccicarsi agli occhi. U liottru 'nni taliava, unu a manca e l'autri a latina, alluntanarisi 'nta notti. Nessuno sguardo indietro, forse per non dover rendersi conto di dover dimenticare. Sarebbe stato un pensiero inconcepibile da cogliere. Le scale. "Ti pozzu offriri sulu 'na cantata: sulu sta vuci mi detti la vita". «Siamo arrivati». E cominciò il tetris, la sistemanza, il giocare a traballare su terreni accidentati e mobili e gonfiabili, cadere e scattare foto, e ridere. Luci nel buio della notte, occhi felini che tutto riuscivano a vedere, persino il nero brillante di quello che è il contrario di un pigiamone castigato. E tutti e quattro assieme, a ridere e a fare ssshhhhhh e poi a ridere, a fotografare mutandoni e poi a rotolarsi sulle nuvole per potersi ancora una volta stringere e rubare, assieme alle immagini, anche l'anima.
E' strano come spesso oggetti che vivono nelle dimensioni che riusciamo a percepire possano essere modificati soltanto dalle dimensioni che invece non percepiamo. Così accadono cose inspiegabili, passaggi sbagliati e improbabili dovuti esclusivamente ad una manipolazione incredibile del tempo e dello spazio che ci circonda. Il sonno arrivò lento ma di soppiatto, non lasciando presagire alcunché. 8月11日 Sognando i miei sogniE' già troppo tardi. Tutto inizia con una mia sfrenata corsa, senza fiato.
Devo incontrarti ed io devo arrivare puntuale, non devo farti aspettare e tutte le strade sono chiuse, sbarrate, intasate; nessun autobus, niente macchina, devo solo correre veloce. L'unica via sembra essere attraverso la mia vecchia scuola media (ma non è stata veramente la mia) e aprendo la porta mi ritrovo in un guazzabuglio di corridoi labirintici e tutto sembra essere in costruzione, rotto, in fase di lavori in corso...ma tutto è deserto a parte lei, lei che ha perso la sua gioia lottando invano e guardandola schiantarsi al suolo, lei che mi abbraccia e ci perdoniamo per quel che è successo. Ma ora devo riprendere la corsa. Avrei bisogno di "Protection", perché tutto è come quello che ho visto ascoltando le note della buonanotte. Supero gli uffici e trovo la porta sbarrata, non ho altro da fare che uscire da una finestra dai vetri in frantumi. Mi ritrovo sul piccolo baratro che dà sul torrentello, percorro un po' di sterrato per poi funambolare su di un grosso tubo di cemento che mi permette di oltrepassare l'ostacolo. Ora sono in mezzo alle canne, canne immobili nel vento, e guadagno la strada ed il suo catrame. Corro ancora e sono subito davanti alla chiesa (ecco dove dovevo arrivare!): fra non molto ti vedrò uscire e staremo assieme. Stanno uscendo proprio in questo momento, tutti. Mi riposo e vengo subito attirato da alcuni schiamazzi prima sommessi, poi più acuti. "I bambini! Ha toccato i bambini!", ed un uomo barbuto e barcollante avanzava mugolando frasi sconnesse. Tutti si allontanano e una figura nota va invece controcorrente e si avvicina all'uomo. "Ma porca zozza, sempri iddu è", mi sento mormorare guardando mio fratello che inizia a fronteggiare il barbuto. Lo spinge, lo guarda coi suoi soliti occhi torvi e minacciosi. Sono un po' in tensione, ma poi vedo che si allontana, gli dà le spalle e lascia perdere: una fortuna. Ecco, sei uscito, mi vedi e sorridi. Sorrido. Ti guardo mentre ti avvicini e dietro di te vedo mio fratello, che ti segue...e l'uomo che lo ferma afferrandolo per una spalla. "Cazzo, non è ancora finita". Ti saluto, con un bacio sulla guancia e sto per dirti qualcosa...e gli occhi tornano a ciò che accade dietro alla tue spalle e le parole mi si bloccano in gola. Devo correre, devo andare! Un paio di forbici compaiono nella mano destra del farfugliante, ora alza la mano ed io sono in ritardo. Devo correre! Mio fratello compie una rotazione di novanta gradi, sotto la pressione della mano sinistra alla spalla e si ritrova due occhi annebbiati a fissarlo. Non capisce. Si alza la destra e s'abbassa, sul suo petto. Niente. "E' mio fratello, è mio fratelloooo!", sento provenire da lontano echeggiando e corro. Si alza e si riabbassa e stavolta sento un plop e vedo un rosso. Qualcuno sorregge alle spalle, ora sole, mio fratello...lo sostiene ma non fa null'altro. E' un traditore? Cosa fa? Non lo sposta? Lo ostende? Altre volte la mano s'alza e si abbassa. Arrivo, in ritardo. Do un calcio al fianco del folle e prendo fra le braccia gli occhi scuri che ricordo fin dalla mia infanzia, ora opachi, socchiusi e la testa penzolante, senza forza. Inizio a correre, non sento alcun peso o alcuna stanchezza, parlo soltanto e dico "tutto bene, tutto bene, sto correndo!" Lui prova a parlare ma vedo solo un movimento arido delle sue labbra, pallide, e muove ancora la testa a destra e a manca, debolmente, dolcemente. "Sto correndo, ce la facciamo!" Correndo, volando, per la strada vedevo tutto sfumato, confuso...gli occhi pieni di lacrime. I suoi occhi stanno per chiudersi e lì c'è l'ospedale, i suoi occhi luccicano e sono piccoli, io lo stringo e corro. Mille riflessi. Mi ha svegliato l'angoscia di veder mio fratello morire tra le mie braccia. E' la prima volta che ti ho sognato. "...tutto quello che vi era scritto era irripitebile da sempre e per sempre, perchè le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra."
("Cent'anni di solitudine", G. G. Marquez) 7月25日 Tragedie....anche l'ultimo granello di sabbia abbandona la mano, chiusa a formare un pugno (segno di lotta e di resistenza), e si disperde in un finito che è tanto grande da non poter fare a meno di chiamarlo infinito. E' la solita storia, la solita vecchia macilenta storia.
Ma una vita è ciclo-calcolabile? Il continuum temporale ci impone di parlare di cicli e non di salti, ma sappiamo che esistono "salti" di qualità che ci permettono di trasmigrare dall'una all'altra concezione. La domanda lecita è invece: «Esistono variabili che possano influenzare l'andamento di un ciclo dal suo interno?» Da questa risposta dipende la potenza del modello "VITA" al quale apparteniamo. Cambierebbe tutto, proprio tutto. Se i corsi e ricorsi ciclici fossero indipendenti da qualsiasi variabile interna, una volta innescati (mi risparmierò l'interrogativo "Da che cosa è stato innescato il primo ciclo?", per bontà), si potrebbe prevedere quando un qualsiasi ciclo vitale debba aver fine. Si potrebbe calcolare una vita, con tutto ciò ch'essa contiene e tutte le intersezioni che tesserà con altre vite.
No, non è diventato (questo) un blog fantascientifico (non lo è mai stato?)...ma spesso mi chiedo, e credo che voi tutti vi chiediate, perché tutto sembra ripetersi così scontatamente, con medesime modalità, analogamente, "quasi" meccanicamente. E come se non bastasse ciò, spesso subentrano idee e consapevolezze che esulano dall'esperienza pratica ma che comunque concorrono ad individuare la risoluzione di un ciclo: si tratta di calcoli inconsci che qualcosa in noi sa effettuare a nostra insaputa? Cos'è un presentimento? Cos'è quella sensazione che ti fa dire "E' così!"? Qui si può benissimo teorizzare una diramazione: o esiste qualcosa di esoterico e misterioso che non riusciamo a comprendere oppure le vite sono calcolabili. Non è riduttivo fermarsi a queste due alternative, se infatti fosse ammissibile una pseudo-calcolabilità data dall'intuizione e funzionante solo in parte allora per la parte rimanente si tornerebbe allo stesso bivio. In ogni caso ci ridurremmo a quest'interrogativo che mi sembra essere per ogni via alquanto paradossale, almeno in apparenza. Ma se proprio bisogna esagerare io propendo per entrambe le idee, coesistenti: non sono mica esclusive, anche se la loro compresenza potrebbe indurre conseguenze inimmaginabili.
Ma non è forse assurda, questa esistenza? Perché ci ostiniamo a credere che tutto ci sia dovuto, che tutto sia "normale" e ripetibile da sempre e per sempre? Per via dei cicli? Ma esperienza ci dice che siamo un errore, una singolarità; speranza vuole farci pensare che non sia così...perché non saremmo in grado di accettare la nostra valenza nulla nei confronti di ciò in cui siamo immersi. In questo mondo basta fermarsi ad osservare, ma ad osservare aprendo la mente non solo gli occhi, e si può assistere a scene d'una grandezza immane: occhi piangenti e carichi di disillusione sfiorano occhi sorridenti e carichi di speranza ma non sembrano incontrarsi, no...non si vedono. Ognuno è troppo impegnato a pensare alla propria vita che sale o scende e ci provoca gioie e dolori. Ah, non ho descritto la parte assurda della scena: gli occhi interessati è "giusto" non sappiano vedersi, perché coinvolti da cicloni buoni o cattivi ma comunque coinvolti in pensieri che lacerano o leniscono le carni e le idee; la parte assurda è che altri occhi, in stati più pacati, non si rendono conto di quello che sta accadendo. Non si rendono conto che esistono occhi che ridono e occhi che piangono, perché la vicenda è poco produttiva. Pensiamo ai nostri dolori ed alle nostre gioie e quelli altrui li vediamo scorrere come i grandi cartelli quando percorriamo un'autostrada. E a peggiorare la situazioni, spesso, interagiamo anche con altri cuori per vie traverse ma senza riuscire a vedere, a sentire, le loro gioie o i loro dolori. E infine, tanto per declamare l'iniquità di quel che siamo, spesso ci viene richiesto aiuto...veniamo messi a conoscenza di ciò che in realtà sta accandendo e nella maggior parte dei casi ci ritraiamo infastiditi, se la cosa potrebbe danneggiarci. Non comprendiamo lo stato di disgrazia nel quale si ritrova un cuore afflitto e pretendiamo di godere della nostra serenità, della nostra libertà e cominciamo ad agire con cattiveria, istinto di cattiveria, per salvaguardarci. Per fortuna esistono delle eccezioni, forse è questo che spinge a proseguire. Ma come individuarle?
Chi è il vero adulto? Credo che il vero adulto sia chi riesce a comprendere tali meccanismi, chi riesce a comprendere, chi sbaglia e sa di averlo fatto anche se non sa come rimediare al proprio errore. Chi è il vero bambino? Il vero bambino è colui che crede di avere sempre agito nel bene, di non sbagliare mai, schiacciando così l'altrui punto di vista. Siamo tutti un po' adulti e un po' bambini...dipende dalle situazioni, dalle persone coinvolte nelle situazioni. Ma alla fine, l'adulto si riconosce per la capacità di continuare a "comprendere" il bambino: il viceversa è impossibile. Certo che se la vita fosse ciclo-calcolabile...invece ci restano solo intuizioni alle quali vogliamo o non vogliamo credere, e definizioni alle quali ci aggrappiamo forse per semplificare la nostra vita, la nostra mente.
Vedo la luce. La linea retta e abbacinante di luce conduce verso un punto che si trova nel mezzo di ogni cosa. E' un'immagine liberatoria. Come è liberatorio lasciarsi cullare dal nulla, dal vuoto, e sentirsi nel nulla, nel vuoto. Guardare un'altra linea, stavolta orizzontale, e vedere foschia e grigie ombre e tutto un colore bluastro che sembra esser diventato il re del mondo, e poi chiudere gli occhi e lasciarsi cullare dalla corrente impetuosa, vorticosa, smaniosa di spingerci verso un punto di equilibrio stabile: è quasi come cadere. Invece? Invece riaprendo gli occhi ci si accorge di esser stati dei punti fissi, l'unico punto fisso in tutto il multiverso, svincolato da ogni cosa, da ogni dove, da ogni quando. Perfino aprire e chiudere i propri occhi può mutare tanto irrimediabilmente il mondo che ci circonda...figuriamoci quando tutto è visto da occhi diversi: se ne può venire a capo solo con sentimento e comprensione, altrimenti non si convergerà mai. Affinità elettive? Dove, come, quando?
Vorrei che tutto fosse trasparente, come l'acqua di un sogno, come l'acqua di un paradiso, tanto da poter vedere non solo pensieri e piedi ma anche le ombre. Piccoli corpuscoli grigi scivolare fra le bianche apparizioni che ben presto diventeranno multicolore, come scampoli d'arcobaleno, e presto creerano il dubbio negli occhi osservanti se si tratti di dolce realtà o mera fantasia. Fatto sta che percepiamo ciò che vediamo...ed entra nei nostri pensieri imponendosi come verità: l'adulto sa che si tratta soltanto di una verità, il bambino crede sia la sola.
Fa rabbia, provo rabbia, al pensiero di quanto si possa non intuire, non vedere, gli altri. Certo, non tutti, perché sarebbe davvero impossibile...ma almeno coloro che ci stanno accanto. Provo rimorso al solo pensiero di non essere riuscito a farlo e devo accontentarmi della mia inutilità. Fa rabbia sapere che esistono occhi che non cambieranno mai idea perché troppo convinti di saper e poter fare sempre la cosa giusta, la cosa migliore per tutti (non voglio assolutamente pensare che si sappia sia una cosa tanto dolorosa, preferisco mettere in conto l'incoscienza).
Tutto ciò mi ha sempre fatto pensare a quanto io possa essere "sbagliato", a quanto possa aver sbagliato...ed è un dolore che riesco a superare solo cercando di migliorarmi, di essere più "giusto"...ma non credo ci riuscirò mai.
Tutto ciò che scrivo, tutto ci che dico, sembra talmente inutile...alla fine. Non serve a cambiare, non serve a capire, non serve a riavere quel che si è perso...e non serve neanche a farsene una ragione. Forse serve solo a far sublimare quel peso che giace fisso in fondo allo stomaco e che non permette l'equilibrio tanto desiderato. Per fortuna ho una pessima opinione di me e per fortuna so di avere ben poco da meritare...così, presto, Chronos divorerà anche i miei pensieri, predendosi i miei dolci sogni. Sì, è la solita storia, la solita vecchia macilenta storia.
"Vivere, vivere, vivere...non è più vivere. Lei ti ha plagiato, ti ha preso anche la dignità.
Fingere, fingere, fingere...non sai più fingere. Senza di lei ti manca l'aria." ("Per Elisa", Alice/Battiato)
6月17日 Voci Invisibili.Ricordo ancora la prima volta che piansi, consapevole di una fine.
Avvinghiato fra braccia e braccia, gambe e gambe, testa e ventre...lacrime spontanee, dolci e libere iniziarono a sgorgare nel momento più bello che io abbia mai sognato. Perché? Era la fine, era la fine vista nel momento nel quale tutto stava appena cominciando. Perché spesso la fine si fiuta nell'aria, si assapora con due o tre degustate d'aria...spesso la fine è l'aria. Senza pensieri, senza parole, si delinea un retrogusto color del sangue e sapor della ruggine e si acquisisce istantaneamente la consapevolezza di ciò che è destinato ad essere. Qualcuno obietterà che per chi crede nella finitezza, nella discretizzazione, è facile urlare "alla fine, alla fine!"...ma la particolarità unica è che talvolta se ne leggono le motivazioni, le modalità: è solo questione di tempo. La mia prima volta fu un'esplosione immane, quasi maccheronica, da operetta.
Ricordo anche la seconda volta.
Corpi tesi, paralleli, una luna rossa da circo...e singhiozzi spontanei, incontrollabili e liberi ruppero il silenzio che solo le onde del mare osavano disturbare. Ed un dolore, un dolore lancinante: non fu dolce come la prima volta, non fu mellifluo e da rassegnati come la prima volta. Fu il pianto per una fine, l'accorato e intenso e campale requiem che spesso si crede non possa esistere, anche questo nel grembo dell'inizio. Fu desolante ed imbevuto di ginestra e salsedine, immerso nel buio di due solitudini che si incontravano senza coscienza.
Non so se ne ricordo anche una terza volta, una quarta, una quinta...forse basterebbe rispondere a questa "semplice" domanda: ciò che non inizia può avere una fine? La risposta, ahimé, non pare essere affatto scontata. Non so quante altre volte io abbia pianto per una cassandrata. Ma piango sempre? No, ho anche riso...ma mai per una fine. Che ne direste di un'anima il cui proprietario che non può nemmeno arrogarsi il diritto di difendere il proprio essere? Risponderò io per voi (e non per dare il solito giudizio): è imprigionata. E un'anima imprigionata può reagire in modi diversi...cercando di fuggire o lasciandosi appassire d'inedia. Signori, le domande sono semplicemente costruibili: i tormenti fanno parte della gioia? I tormenti devono far parte della gioia? Dobbiamo ricercare la gioia priva di tormenti? Un'anima libera sono sicuro darebbe risposta affermativa all'ultima domanda, ma un'anima priva di ali potenti, un'anima costretta in un corpo abituato ad incassare colpi su colpi, potrebbe mai avere anche solo la speranza di ricercare una gioia priva di tormenti? Non dovrebbe...e perché-cazzo allora lo fa?! PERCHE'?! Non dovrebbe forse rassegnarsi a vivere per quel che può, per quel che riesce ad ottenere, diventando man mano più robusta...immune alla ricerca della felicità? Non lo fa, maledizione!
Non lo fa perché chi ha trovato, una volta, una torbida pietra di luna spera che potrebbe capitare nuovamente...e si perde nel girovagare in una distesa di sterpi ed erba mobile. Imparare ad amare è arduo, spinoso, velenoso: dev'esser sorbito a piccole dosi per esser innocuo e con continuità...perché si dimentica come amare. Si dimentica ogni cosa...
Cosa stavo dicendo? L'ho dimenticato.
Ricordo ancora l'ultima volta che piansi, consapevole di una fine.
E' come se potessi sfiorarla con i miei occhi, annusarla con le mie mani. L'interrogativo che prende egemonia è : "Che farne di questa consapevolezza?" Prenderla a pugni, come le prime due volte, o cullarla, seguirla e poterne degustare i frutti? Non so cosa potrebbe rispondere un'anima libera, ma un'anima prigioniera risponderebbe sicuramente che l'idea giusta è quella di assecondare il pianto, prefico e amaro, e di ridursi nuovamente alla propria schiavitù auto-imposta. Se si dev'esser prigionieri...allora forse è meglio conoscere il proprio carceriere, forse si potrà usufruire di qualche libro in più da amare. Sì, la scelta è fatta. Ma a cosa vale una scelta se poi non si ha la forza per attuarla? Anche le foglie autunnali credono di poter controllare il flusso del vento? Personalmente credo che loro siano più sagge di noi uomini.
Spero di non dover più ricordare tutte le volte che piansi, consapevole di una fine. Potrei cedere.
"In your head, in your head they're still fighting with their tanks and their bombs and their bombs and their guns. In your head, in your head...they are dying."
("Zombie", The Cranberries) 5月24日 Inferenze Temporali.Non mi capita spesso di camminare ciondolante, lentamente e guardando il cielo.
Solitamente il mio passo è svelto, l'andatura felina (se proprio escludiamo la stazza) e lo sguardo fisso a terra (entro un raggio alquanto ristretto): è la camminata che contraddistingue un "io" che riesce ancora a pensare, a sentire sopportabile il peso che grava sulla sua testa (nella sua testa). Quando invece mi reputo computabilmente incapace di sopportare oltre, nei rari casi nei quali perdo di vista il faro del raziocinio terreno, allora inizio a camminare ciondolante, lentamente e guardando il cielo. Spesso guardo i balconi, le inferriate che coronano le parti alte di alcuni alti palazzi o gli occhi che dal loro Olimpo scrutano il piatto andirivieni degli sconosciuti, ma quasi mai mi rivolgo al cielo. E' meta irraggiungibile e che non va bene per chi invece ha prospettive di alzata relegata al primo semi-quadrante. Guardare il cielo e ciondolare è come gridare ad alta voce: "rrutta pi rrutta, rrumpemula tutta!", è come non aver più alcuna direzione privilegiata ed imminente...ad allora va bene essere anche ciondolanti. Ma questo è solo un inizio: quando mi trovo in tale stato mi capita di ricordare in maniera alquanto evocativa e questo non fa altro che incrementare la voglia di immergermi negli altri, ahimé. "Stai pigghiannu un palo 'n piettu!"; a volte capita.
E mi ritrovo a camminar fra viali cipressati e schematicità lugubri, a perdermi in meandri verdi e marroni, ad aspettare solitario il far della sera per avere libero accesso alla scopertà della verità. Ma non sono più solo, al crepuscolo, e non vago più confusamente per ritrovar l'antro...ora sono in buona compagnia, la sola con la quale riesco a sentirmi bene. Mangiamo in una Cadash-locanda e le mele a caro prezzo mi fanno infuriare tanto da farmi sentire ingabbiato in un istinto che non mi riconosco e che infine mi porta a fuggire sul far del mattino. Ed ora sono accompagnato da qualcuno che amo senza riserva alcuna: piccola, gracile e graziosa. Una corsa ferrata ci porta a cadere, rialzarci, correre, buttarci a terra (il mio corpo sul suo per proteggerla) e poi trovare l'accesso ad una verde e luminosa isola sconosciuta. Primo granello di sabbia.
Accade poi che, attraverso un vetro, si vedano due anime boccheggiare come muti pesci, forse solo per via della separazione "ben temperata"...ma ad un più attento e prolungato (e così morbosamente impiccione) sguardo si capisce che siffatte "intuite" parole mai sarebbero state seriamente pronunciate: devono quindi accontentarsi d'essere solo boccheggiate...ma questo può essere già molto per chi, come me, sa. Una strizzatina d'occhio accompagna l'ultima trafila di sussurri quasi d'obbligo per celebrare una tale separazione, ed è quasi scontato osservare poi lo stato trasognato e quasi del tutto onirico dei giorni trascorsi assieme, appassionatamente. Secondo granello di sabbia.
Ed ancora capita di rimanere attratti dal disco color arancio che d'improvviso viene proiettato su una iper-superficie amorfa e di capire che ciò che guardiamo e che tende all'infinito lo concepiamo nella dimensione immediatamente inferiore a quella nella quale vediamo. Non esiste alcuna entità sensibile capace di calcolare univocamente la distanza tra una mano ed il sole, come non esiste alcuna forma di vista che possa scoprire cosa sia realmente esistente e cosa non lo sia. Quel disco esiste soltanto come rappresentazione ed è proprio per questo bello, unico ed emozionante. Terzo, quarto, ..., n-esimo granello di sabbia.
Misurare il tempo utilizzando una clessidra di Klein contenente un numero finito di granelli di sabbia, guidato da un flusso turbolento e viscoso, è forse l'unico modo per poter spiegare il nostro rapporto con il Tempo, mantenere inalterate le relazioni che intercorrono tra cause ed effetti. Acquisiamo la capacità di spiegare ciò che accade grazie a ciò che è accaduto in passato, grazie alla fissità mentale di cui godiamo e che tutt'altro che paradossalmente ci mantiene fissati ancor di più ad essa. 'Riconoscere' vuol dire aver vissuto, anche quando ormai si crede d'aver dimenticato. Ecco, ora ho capito cosa pensavo da bimbo quando mi ponevo la domanda "cosa rispondo se qualcuno mi chiede cosa voglio fare da grande?": pensavo di fare il 'riconoscitore'.
"La convinzione, a quanto pare, è un lusso che si può permettere chi non è coinvolto." 4月18日 due volte dueA volte guardare avanti mi confonde, mi dà malinconia.
A volte guardare indietro mi confonde, mi dà malinconia. Per questo forse ho trascorso interi periodi della mia famigerata vita a guardare a terra (una volta ho pure trovato un bracciale!). Ma il motivo era quello di evitare gli sguardi altrui o quello di evitare d'essere uno di quegli sguardi altrui da evitare? Entrambe le cose mi confondono, mi hanno sempre confuso (non sempre). Annaspavo nell'insicurezza e cercavo di gettare il passo ove fosse ombra, per non cadere, e conosco a menadito ogni asperità e sporgenza sulle quali saltare per rompere la monotonia bipede della mia andatura. Una volta decisi che avrei dovuto guardare solo il cielo e l'orizzonte, le nuvole ed i palazzi...SBANG: un palo. Mi fa quasi ridere il fatto che tutti abbiano una cura semplice ed efficace per malattie che non hanno mai avuto e nemmeno sono in grado di riconoscere. Qual è la vera cura? Chi ce l'ha? Conoscere se stessi non basta, a volte bisogna strappare le idee...per uscire da strani anelli.
(Carpaccio, Zucca, Caponata, Caprino al Nero d'Avola, Marmellata di Mele Cotogne)
Adoro l'umidità temperata delle giornate uggiose primaverili e adoro respirare le nuvole, dopo aver assaggiato una fragrante spolverata di pioggerellina sottile-sottile-che-non-puoi-dire-di-no. Giornate di déjà vu programmatico, perché si è in due, perché si ricorda il due e due volte due, perché la seconda volta delle seconde volte è sempre quella buona. Ogni bruttura, o cattiveria, si riveste da uno strato di dolce comprensione e allegra malinconia. E' poesia da masticare, il dolce e morbido con lo speziato e coriaceo. Come li accosto? E' come se il sapore entrasse nella mia testa, s'impadronisse di ogni singolo atomo del mio corpo e vibrasse secondo ordini cadenzati e già prestabiliti. Esiste il pensiero senza immagini? Vedere e non vedere: sensazione derelitta di chi, derelitto, è preda. Guardando la macchina superarci, binario parallelo, ho sentito un retrogusto antico e familiare, buono («Me la dà una pizzetta?»). Forse è tramontata l'onirica sinestesia colorata, dov'è finita? Ora impera quella del gusto? Ma il gusto ha un colore? Sì che ce l'ha, basta utilizzare una bella funzione simmetrica («Ecco a cosa servivano!»). Il mondo cambia prospettiva, da orizzontale isola di luce diviene verticale laguna di verde. Luce spazzata via dal grigio dei nembi, verde sfilettato dal fluire della salsedine. Non si gioca più, non si ha più nulla da pianificare; solo osservare e camminare e litigare e fare pace subito dopo, ridendo. Un tempo adoravo il vento.
(Spalla di suino nero dei Nebrodi farcita ai pistacchi di Bronte)
Ta-tum. Ta-tum. Ta-tum. Batte. Esist(ol)e ancora? Lo sciogliersi morbido e grasso impone la chiusura di tutti gli altri sensi. Il battito si sente ora in testa, ora nella mano, forse anche in fondo al piede (quello destro). Ogni facoltà di pensiero è obnubilata; esistono le immagini senza pensiero? Non riesco più a credere, non riesco più a cedere; ora - che so come fare - classifico perché ho imparato a conoscere e a subire. Vivere è tutt'altra cosa. Vivere è inventare, vivere è sperare l'assurdo, vivere è tremare per la paura che un sogno non si realizzi o si realizzi. Osservare la vita cercando di cogliere ogni aspetto identificativo può aiutare ad evitare sorprese e può aiutare ad ottenere risultati meno peggiori...ma cosa me ne faccio dei risultati meno peggiori se non ho più la mia passione? Cosa me ne dovrei fare della conoscenza (e della ri-conoscenza) se non ho più voglia e desiderio di gettarmi a capofitto nel vuoto? Ma voi credete che io abbia voglia di divertirmi?! Ho solo centinaia di pagine che non leggo più, ho un ferro quasi arruginito che parla spagnolo, ho intere collezioni di polveri colorate e sudate che da anni non vedono luce e non respirano aria. Ho solo teche ingiallite nelle quali custodire ciò che sono stato. Perché qualcuno ha ridimensionato tutti gli spazî che conoscevo quand'ero piccolo? Ora sembrano più angusti, logori, privi della loro magnificenza. Qualcuno dirà che sono i miei occhi a vederli diversi...ed avrebbe pienamente ragione se non fosse per il fatto che i miei occhi son rimasti uguali: sono io a voler vedere tutto rimpicciolito, tutto color nero-linoleum. Ho trovato le patate stregate più buone che abbia mai gustato. Ma alla fine, proprio alla fine, quasi a voler sancire la vittoria della realtà, ecco l'ispessimento delle basse temperature. Pastoso e unto, il mio pensiero si blocca invischiandosi e non "vago più di pensiero in pensiero in periodi di stasi corporea". Devo essermi riaddormentato mentre cercavo di ragionare sul mio intuito (che errore fatale).
(«Dolce?», «No, grazie», «Amaro?», «Oui, c'est moi»)
Solo oggi ho provato paura, ho provato paura per due occhi che guardavano, fissi, acquosi, caparbi, azzurri, provenienti da un anfratto primordiale, due. La sensazione fu ben nota già da subito; «Ma certo che non può essere! Figuriamoci se può esser così; è tutto un abbaglio». Ma non era un abbaglio, quei due occhi mi fissavano con un impeto tale che ho trovato, in tutta fretta, solo due spiegazioni: «E' pazza! O è pazza oppure cerca di leggermi dentro...e ci riesce!» Non ho mai avuto paura di sostenere uno sguardo, ho sempre deviato per timidezza o per non sembrare impertinente o anche solo per distrarmi. Solo oggi ho provato paura. Due occhi, snake eyes. Gli occhi come vettori di cosa? Non sbagliava chi sosteneva l'emanazione di misteriosi raggi dai bulbi oculari. Era lo sguardo, doppio, ad essere denso di parole. A volte asimmetrico, a volte come nelle foreste della notte. Terribile. Io non voglio il calore di una abbraccio o di uno sfregamento: questi muoiono come muore la pelle. Io voglio ancora ritrovare uno sguardo che mi faccia tremare, che mi incuta quel calore indelebile nella mente che oggi ho riconosciuto. Amaro.
Seduto su di un grosso masso, con i piedi inzuppati d'acqua, cercavo di rivoltare le pietre più docili attorno a me per scovare i chelati combattenti che non appena sentivano lo scrocio della distruzione iniziavano a danzare inneggiando alla divinità sconosciuta. E cercavo di pronunciare invano le due sillabe che mi hanno perseguitato (e mi perseguiteranno) incessantemente e non riuscivo a trovare sincronia con i miei pensieri, sincronia con le mie azioni; da solo piangevo avvolto nell'oscurità e cullato dalle radici del grande ulivo punitore. Avevo paura del buio, ma ne avevo di più di alcune voci che provenivano dalla luce. Non ho mai avuto quattro anni, nemmeno quando avevo quattro anni.
"A volte, quando salgo le scale, salto qualche gradino, e i gradini saltati, questo, non me lo perdonano." "A volte, quando salgo le scale, pesto qualche gradino, e i gradini pestati, questo, non me lo perdonano." 3月22日 Raccogliere pomodori.Pietre, nient'altro che pietre...deliziosamente pietre.
Prese a calci dalla vita e tanto inconcepibilmente prese a calci da altre pietre. Tutti sono capaci di dar calci e dovremmo investigarci maggiormente sul perché alcuni in particolari momenti non lo facciano, ma è come se ci importasse solo del male (piuttosto che del bene, che si dimentica presto). Dopo tanto implicito o esplicito "rollingare", noi pietre, ci sfaldiamo come ciocche di formaggio stantìo e la nostra pietra-forma viene modificata facendo in modo che non rimanga mai costante, rimane forse 'solo' riconoscibile. Ecco un altro mito sfatato: dopo la ridicola ostensione de "Volere è potere" oggi, siori e siore, crocifiggiamo il mellifluo "Ciò che non ci distrugge ci dà forza". Quando non veniamo distrutti, noi formaggi, veniamo comunque grattuggiati, impepati, sondati: non rimaniamo immutati e se da un lato l'abitudine e la comprensione del male ci forniscono l'illusione di essere più forti dall'altro subiamo marcature a fuoco che quanto più profonde sono tanto più intaccano il nostro organismo, la nostra anima (NO, non l'anima cattolica! ma l'anima che per mera definizione spiega ciò che non riusciamo a spiegare), e ci lasciano quasi senza respiro ed impauriti. Questa sarebbe la forza? Qualcuno descriverebbe forza come una cicatrice profonda che periodicamente sanguina e che ci fa piangere di notte ed a volte anche di giorno e che ci costringe a sospettare il peggio da tutti? Questa è una sconfitta, signori. L'uomo è proprio un gran paraculo: riesce a trasformare una propria défaillance in una proprietà quasi lusinghiera. Forse è solo così che si può continuare ad esistere: prendendosi gioco di se stessi. A volte inorridisco dinanzi alla capacità cinica dell'uomo di considerare 'banali' i problemi altrui.
Capire ciò che ci circonda è impossibile.
E se la mia vita fosse un'algebra formale di TITOLI? Rimanendo nell'ipotesi assiomatica del finito e pronti a riordinare il tutto tramite il nostro amico simmetrico, potrei anche iniziare a snocciolare qualche primo termine:
"Tonni sull'orlo di una crisi di nervi": Un gruppo di amici tonni non riesce a trascorrere una serata senza sospettare arpionaggi alla schiena o senza attaccar pinna al minimo indizio di movimento altrui. Il gioco verrà vissuto con insofferenza e musi lunghi. L'epilogo risulterà carico di tensione repressa che sfocerà in un turpiloquio di bolle.
"Il grande sonno": Il grande uomo cade nel grande sonno e se ne appropria esclusivamente lasciando gli altri piccoli uomini nella disperazione della veglia perpetua. Fra incomprensioni e cedimenti fisici i piccoli fra i piccoli verranno dimenticati rischiando l'estinzione della specie. Si spera in un lieto fine.
"L'ombra del dolore": Monologo incessante, estemporaneo e prevalentemente interiore di un inetto che si sveglia nel cuore della notte solo al ricordo del dolore provato precedentemente e che ora lascia spazio al torpore formicolante. Un Ulisse post-moderno che vive con accettazione ciò che i predecessori vissero con tormento.
"La tensione del pelo": Una serata improvvisata attorno al tavolo di una anonima cucina. Fra le portate e le stoviglie accatastate ogni avventore metterà il proprio bagaglio, schietto ed ironico, a disposizione di tutti gli altri. Commedia brillante dai toni tardo malinconici.
"Il laureando": Un ragazzo attempato a causa di vicissitudini kafkiane rimarrà sempre in procinto di giungere all'agnognata laurea ed intanto vivrà da irrealizzato il suo micro-cosmo. Si attendono speranzose rielaborazioni, pena il rifiuto della critica.
Vorrei tanto scrivere qualcosa, ma non riesco...davvero, non riesco.
"La simmetria, per quanto in modo ampio o stretto si voglia definirne il significato, è un'idea grazie alla quale l'uomo, nei secoli, ha tentato di comprendere e di creare ordine, bellezza e perfezione."
("Symmetry", Hermann Weyl) |
Un giorno d'amore
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