Black's profileFantasie distopichePhotosBlogLists Tools Help

Black Librarian

Occupation
Location
Interests
There are no photo albums.
(della suuuper nonna!)

Fantasie distopiche

per chi, come me, non capisce.
June 17

Voci Invisibili.

Ricordo ancora la prima volta che piansi, consapevole di una fine.
Avvinghiato fra braccia e braccia, gambe e gambe, testa e ventre...lacrime spontanee, dolci e libere iniziarono a sgorgare nel momento più bello che io abbia mai sognato. Perché? Era la fine, era la fine vista nel momento nel quale tutto stava appena cominciando. Perché spesso la fine si fiuta nell'aria, si assapora con due o tre degustate d'aria...spesso la fine è l'aria. Senza pensieri, senza parole, si delinea un retrogusto color del sangue e sapor della ruggine e si acquisisce istantaneamente la consapevolezza di ciò che è destinato ad essere. Qualcuno obietterà che per chi crede nella finitezza, nella discretizzazione, è facile urlare "alla fine, alla fine!"...ma la particolarità unica è che talvolta se ne leggono le motivazioni, le modalità: è solo questione di tempo. La mia prima volta fu un'esplosione immane, quasi maccheronica, da operetta.
Ricordo anche la seconda volta.
Corpi tesi, paralleli, una luna rossa da circo...e singhiozzi spontanei, incontrollabili e liberi ruppero il silenzio che solo le onde del mare osavano disturbare. Ed un dolore, un dolore lancinante: non fu dolce come la prima volta, non fu mellifluo e da rassegnati come la prima volta. Fu il pianto per una fine, l'accorato e intenso e campale requiem che spesso si crede non possa esistere, anche questo nel grembo dell'inizio. Fu desolante ed imbevuto di ginestra e salsedine, immerso nel buio di due solitudini che si incontravano senza coscienza.
 
Non so se ne ricordo anche una terza volta, una quarta, una quinta...forse basterebbe rispondere a questa "semplice" domanda: ciò che non inizia può avere una fine? La risposta, ahimé, non pare essere affatto scontata. Non so quante altre volte io abbia pianto per una cassandrata. Ma piango sempre? No, ho anche riso...ma mai per una fine. Che ne direste di un'anima il cui proprietario che non può nemmeno arrogarsi il diritto di difendere il proprio essere? Risponderò io per voi (e non per dare il solito giudizio): è imprigionata. E un'anima imprigionata può reagire in modi diversi...cercando di fuggire o lasciandosi appassire d'inedia. Signori, le domande sono semplicemente costruibili: i tormenti fanno parte della gioia? I tormenti devono far parte della gioia? Dobbiamo ricercare la gioia priva di tormenti? Un'anima libera sono sicuro darebbe risposta affermativa all'ultima domanda, ma un'anima priva di ali potenti, un'anima costretta in un corpo abituato ad incassare colpi su colpi, potrebbe mai avere anche solo la speranza di ricercare una gioia priva di tormenti? Non dovrebbe...e perché-cazzo allora lo fa?! PERCHE'?! Non dovrebbe forse rassegnarsi a vivere per quel che può, per quel che riesce ad ottenere, diventando man mano più robusta...immune alla ricerca della felicità? Non lo fa, maledizione!
Non lo fa perché chi ha trovato, una volta, una torbida pietra di luna spera che potrebbe capitare nuovamente...e si perde nel girovagare in una distesa di sterpi ed erba mobile. Imparare ad amare è arduo, spinoso, velenoso: dev'esser sorbito a piccole dosi per esser innocuo e con continuità...perché si dimentica come amare. Si dimentica ogni cosa...
 
Cosa stavo dicendo? L'ho dimenticato.
 
Ricordo ancora l'ultima volta che piansi, consapevole di una fine.
E' come se potessi sfiorarla con i miei occhi, annusarla con le mie mani. L'interrogativo che prende egemonia è : "Che farne di questa consapevolezza?" Prenderla a pugni, come le prime due volte, o cullarla, seguirla e poterne degustare i frutti? Non so cosa potrebbe rispondere un'anima libera, ma un'anima prigioniera risponderebbe sicuramente che l'idea giusta è quella di assecondare il pianto, prefico e amaro, e di ridursi nuovamente alla propria schiavitù auto-imposta. Se si dev'esser prigionieri...allora forse è meglio conoscere il proprio carceriere, forse si potrà usufruire di qualche libro in più da amare. Sì, la scelta è fatta. Ma a cosa vale una scelta se poi non si ha la forza per attuarla? Anche le foglie autunnali credono di poter controllare il flusso del vento? Personalmente credo che loro siano più sagge di noi uomini.
 
Spero di non dover più ricordare tutte le volte che piansi, consapevole di una fine. Potrei cedere.
 
"In your head, in your head they're still fighting with their tanks and their bombs and their bombs and their guns. In your head, in your head...they are dying."
("Zombie", The Cranberries)
May 24

Inferenze Temporali.

Non mi capita spesso di camminare ciondolante, lentamente e guardando il cielo.
Solitamente il mio passo è svelto, l'andatura felina (se proprio escludiamo la stazza) e lo sguardo fisso a terra (entro un raggio alquanto ristretto): è la camminata che contraddistingue un "io" che riesce ancora a pensare, a sentire sopportabile il peso che grava sulla sua testa (nella sua testa). Quando invece mi reputo computabilmente incapace di sopportare oltre, nei rari casi nei quali perdo di vista il faro del raziocinio terreno, allora inizio a camminare ciondolante, lentamente e guardando il cielo. Spesso guardo i balconi, le inferriate che coronano le parti alte di alcuni alti palazzi o gli occhi che dal loro Olimpo scrutano il piatto andirivieni degli sconosciuti, ma quasi mai mi rivolgo al cielo. E' meta irraggiungibile e che non va bene per chi invece ha prospettive di alzata relegata al primo semi-quadrante. Guardare il cielo e ciondolare è come gridare ad alta voce: "rrutta pi rrutta, rrumpemula tutta!", è come non aver più alcuna direzione privilegiata ed imminente...ad allora va bene essere anche ciondolanti. Ma questo è solo un inizio: quando mi trovo in tale stato mi capita di ricordare in maniera alquanto evocativa e questo non fa altro che incrementare la voglia di immergermi negli altri, ahimé. "Stai pigghiannu un palo 'n piettu!"; a volte capita.
E mi ritrovo a camminar fra viali cipressati e schematicità lugubri, a perdermi in meandri verdi e marroni, ad aspettare solitario il far della sera per avere libero accesso alla scopertà della verità. Ma non sono più solo, al crepuscolo, e non vago più confusamente per ritrovar l'antro...ora sono in buona compagnia, la sola con la quale riesco a sentirmi bene. Mangiamo in una Cadash-locanda e le mele a caro prezzo mi fanno infuriare tanto da farmi sentire ingabbiato in un istinto che non mi riconosco e che infine mi porta a fuggire sul far del mattino. Ed ora sono accompagnato da qualcuno che amo senza riserva alcuna: piccola, gracile e graziosa. Una corsa ferrata ci porta a cadere, rialzarci, correre, buttarci a terra (il mio corpo sul suo per proteggerla) e poi trovare l'accesso ad una verde e luminosa isola sconosciuta. Primo granello di sabbia.
Accade poi che, attraverso un vetro, si vedano due anime boccheggiare come muti pesci, forse solo per via della separazione "ben temperata"...ma ad un più attento e prolungato (e così morbosamente impiccione) sguardo si capisce che siffatte "intuite" parole mai sarebbero state seriamente pronunciate: devono quindi accontentarsi d'essere solo boccheggiate...ma questo può essere già molto per chi, come me, sa. Una strizzatina d'occhio accompagna l'ultima trafila di sussurri quasi d'obbligo per celebrare una tale separazione, ed è quasi scontato osservare poi lo stato trasognato e quasi del tutto onirico dei giorni trascorsi assieme, appassionatamente. Secondo granello di sabbia.
Ed ancora capita di rimanere attratti dal disco color arancio che d'improvviso viene proiettato su una iper-superficie amorfa e di capire che ciò che guardiamo e che tende all'infinito lo concepiamo nella dimensione immediatamente inferiore a quella nella quale vediamo. Non esiste alcuna entità sensibile capace di calcolare univocamente la distanza tra una mano ed il sole, come non esiste alcuna forma di vista che possa scoprire cosa sia realmente esistente e cosa non lo sia. Quel disco esiste soltanto come rappresentazione ed è proprio per questo bello, unico ed emozionante. Terzo, quarto, ..., n-esimo granello di sabbia.
Misurare il tempo utilizzando una clessidra di Klein contenente un numero finito di granelli di sabbia, guidato da un flusso turbolento e viscoso, è forse l'unico modo per poter spiegare il nostro rapporto con il Tempo, mantenere inalterate le relazioni che intercorrono tra cause ed effetti. Acquisiamo la capacità di spiegare ciò che accade grazie a ciò che è accaduto in passato, grazie alla fissità mentale di cui godiamo e che tutt'altro che paradossalmente ci mantiene fissati ancor di più ad essa. 'Riconoscere' vuol dire aver vissuto, anche quando ormai si crede d'aver dimenticato. Ecco, ora ho capito cosa pensavo da bimbo quando mi ponevo la domanda "cosa rispondo se qualcuno mi chiede cosa voglio fare da grande?": pensavo di fare il 'riconoscitore'.
 
 
"La convinzione, a quanto pare, è un lusso che si può permettere chi non è coinvolto."
April 18

due volte due

A volte guardare avanti mi confonde, mi dà malinconia.
 
A volte guardare indietro mi confonde, mi dà malinconia.
 
Per questo forse ho trascorso interi periodi della mia famigerata vita a guardare a terra (una volta ho pure trovato un bracciale!). Ma il motivo era quello di evitare gli sguardi altrui o quello di evitare d'essere uno di quegli sguardi altrui da evitare? Entrambe le cose mi confondono, mi hanno sempre confuso (non sempre). Annaspavo nell'insicurezza e cercavo di gettare il passo ove fosse ombra, per non cadere, e conosco a menadito ogni asperità e sporgenza sulle quali saltare per rompere la monotonia bipede della mia andatura. Una volta decisi che avrei dovuto guardare solo il cielo e l'orizzonte, le nuvole ed i palazzi...SBANG: un palo. Mi fa quasi ridere il fatto che tutti abbiano una cura semplice ed efficace per malattie che non hanno mai avuto e nemmeno sono in grado di riconoscere. Qual è la vera cura? Chi ce l'ha? Conoscere se stessi non basta, a volte bisogna strappare le idee...per uscire da strani anelli.
 
(Carpaccio, Zucca, Caponata, Caprino al Nero d'Avola, Marmellata di Mele Cotogne)
Adoro l'umidità temperata delle giornate uggiose primaverili e adoro respirare le nuvole, dopo aver assaggiato una fragrante spolverata di pioggerellina sottile-sottile-che-non-puoi-dire-di-no. Giornate di déjà vu programmatico, perché si è in due, perché si ricorda il due e due volte due, perché la seconda volta delle seconde volte è sempre quella buona. Ogni bruttura, o cattiveria, si riveste da uno strato di dolce comprensione e allegra malinconia. E' poesia da masticare, il dolce e morbido con lo speziato e coriaceo. Come li accosto? E' come se il sapore entrasse nella mia testa, s'impadronisse di ogni singolo atomo del mio corpo e vibrasse secondo ordini cadenzati e già prestabiliti. Esiste il pensiero senza immagini? Vedere e non vedere: sensazione derelitta di chi, derelitto, è preda. Guardando la macchina superarci, binario parallelo, ho sentito un retrogusto antico e familiare, buono («Me la dà una pizzetta?»). Forse è tramontata l'onirica sinestesia colorata, dov'è finita? Ora impera quella del gusto? Ma il gusto ha un colore? Sì che ce l'ha, basta utilizzare una bella funzione simmetrica («Ecco a cosa servivano!»). Il mondo cambia prospettiva, da orizzontale isola di luce diviene verticale laguna di verde. Luce spazzata via dal grigio dei nembi, verde sfilettato dal fluire della salsedine. Non si gioca più, non si ha più nulla da pianificare; solo osservare e camminare e litigare e fare pace subito dopo, ridendo. Un tempo adoravo il vento.
 
(Spalla di suino nero dei Nebrodi farcita ai pistacchi di Bronte)
Ta-tum. Ta-tum. Ta-tum. Batte. Esist(ol)e ancora? Lo sciogliersi morbido e grasso impone la chiusura di tutti gli altri sensi. Il battito si sente ora in testa, ora nella mano, forse anche in fondo al piede (quello destro). Ogni facoltà di pensiero è obnubilata; esistono le immagini senza pensiero? Non riesco più a credere, non riesco più a cedere; ora - che so come fare - classifico perché ho imparato a conoscere e a subire. Vivere è tutt'altra cosa. Vivere è inventare, vivere è sperare l'assurdo, vivere è tremare per la paura che un sogno non si realizzi o si realizzi. Osservare la vita cercando di cogliere ogni aspetto identificativo può aiutare ad evitare sorprese e può aiutare ad ottenere risultati meno peggiori...ma cosa me ne faccio dei risultati meno peggiori se non ho più la mia passione? Cosa me ne dovrei fare della conoscenza (e della ri-conoscenza) se non ho più voglia e desiderio di gettarmi a capofitto nel vuoto? Ma voi credete che io abbia voglia di divertirmi?! Ho solo centinaia di pagine che non leggo più, ho un ferro quasi arruginito che parla spagnolo, ho intere collezioni di polveri colorate e sudate che da anni non vedono luce e non respirano aria. Ho solo teche ingiallite nelle quali custodire ciò che sono stato. Perché qualcuno ha ridimensionato tutti gli spazî che conoscevo quand'ero piccolo? Ora sembrano più angusti, logori, privi della loro magnificenza. Qualcuno dirà che sono i miei occhi a vederli diversi...ed avrebbe pienamente ragione se non fosse per il fatto che i miei occhi son rimasti uguali: sono io a voler vedere tutto rimpicciolito, tutto color nero-linoleum. Ho trovato le patate stregate più buone che abbia mai gustato. Ma alla fine, proprio alla fine, quasi a voler sancire la vittoria della realtà, ecco l'ispessimento delle basse temperature. Pastoso e unto, il mio pensiero si blocca invischiandosi e non "vago più di pensiero in pensiero in periodi di stasi corporea". Devo essermi riaddormentato mentre cercavo di ragionare sul mio intuito (che errore fatale).
 
Dolce?», «No, grazie», «Amaro?», «Oui, c'est moi»)
Solo oggi ho provato paura, ho provato paura per due occhi che guardavano, fissi, acquosi, caparbi, azzurri, provenienti da un anfratto primordiale, due. La sensazione fu ben nota già da subito; «Ma certo che non può essere! Figuriamoci se può esser così; è tutto un abbaglio». Ma non era un abbaglio, quei due occhi mi fissavano con un impeto tale che ho trovato, in tutta fretta, solo due spiegazioni: «E' pazza! O è pazza oppure cerca di leggermi dentro...e ci riesce!» Non ho mai avuto paura di sostenere uno sguardo, ho sempre deviato per timidezza o per non sembrare impertinente o anche solo per distrarmi. Solo oggi ho provato paura. Due occhi, snake eyes. Gli occhi come vettori di cosa? Non sbagliava chi sosteneva l'emanazione di misteriosi raggi dai bulbi oculari. Era lo sguardo, doppio, ad essere denso di parole. A volte asimmetrico, a volte come nelle foreste della notte. Terribile. Io non voglio il calore di una abbraccio o di uno sfregamento: questi muoiono come muore la pelle. Io voglio ancora ritrovare uno sguardo che mi faccia tremare, che mi incuta quel calore indelebile nella mente che oggi ho riconosciuto. Amaro.
 
Seduto su di un grosso masso, con i piedi inzuppati d'acqua, cercavo di rivoltare le pietre più docili attorno a me per scovare i chelati combattenti che non appena sentivano lo scrocio della distruzione iniziavano a danzare inneggiando alla divinità sconosciuta. E cercavo di pronunciare invano le due sillabe che mi hanno perseguitato (e mi perseguiteranno) incessantemente e non riuscivo a trovare sincronia con i miei pensieri, sincronia con le mie azioni; da solo piangevo avvolto nell'oscurità e cullato dalle radici del grande ulivo punitore. Avevo paura del buio, ma ne avevo di più di alcune voci che provenivano dalla luce. Non ho mai avuto quattro anni, nemmeno quando avevo quattro anni.
 

"A volte, quando salgo le scale, salto qualche gradino, e i gradini saltati, questo, non me lo perdonano."

"A volte, quando salgo le scale, pesto qualche gradino, e i gradini pestati, questo, non me lo perdonano."

March 22

Raccogliere pomodori.

Pietre, nient'altro che pietre...deliziosamente pietre.
Prese a calci dalla vita e tanto inconcepibilmente prese a calci da altre pietre. Tutti sono capaci di dar calci e dovremmo investigarci maggiormente sul perché alcuni in particolari momenti non lo facciano, ma è come se ci importasse solo del male (piuttosto che del bene, che si dimentica presto). Dopo tanto implicito o esplicito "rollingare", noi pietre, ci sfaldiamo come ciocche di formaggio stantìo e la nostra pietra-forma viene modificata facendo in modo che non rimanga mai costante, rimane forse 'solo' riconoscibile. Ecco un altro mito sfatato: dopo la ridicola ostensione de "Volere è potere" oggi, siori e siore, crocifiggiamo il mellifluo "Ciò che non ci distrugge ci dà forza". Quando non veniamo distrutti, noi formaggi, veniamo comunque grattuggiati, impepati, sondati: non rimaniamo immutati e se da un lato l'abitudine e la comprensione del male ci forniscono l'illusione di essere più forti dall'altro subiamo marcature a fuoco che quanto più profonde sono tanto più intaccano il nostro organismo, la nostra anima (NO, non l'anima cattolica! ma l'anima che per mera definizione spiega ciò che non riusciamo a spiegare), e ci lasciano quasi senza respiro ed impauriti. Questa sarebbe la forza? Qualcuno descriverebbe forza come una cicatrice profonda che periodicamente sanguina e che ci fa piangere di notte ed a volte anche di giorno e che ci costringe a sospettare il peggio da tutti? Questa è una sconfitta, signori. L'uomo è proprio un gran paraculo: riesce a trasformare una propria défaillance in una proprietà quasi lusinghiera. Forse è solo così che si può continuare ad esistere: prendendosi gioco di se stessi. A volte inorridisco dinanzi alla capacità cinica dell'uomo di considerare 'banali' i problemi altrui.
Capire ciò che ci circonda è impossibile.
 
E se la mia vita fosse un'algebra formale di TITOLI? Rimanendo nell'ipotesi assiomatica del finito e pronti a riordinare il tutto tramite il nostro amico simmetrico, potrei anche iniziare a snocciolare qualche primo termine:
"Tonni sull'orlo di una crisi di nervi": Un gruppo di amici tonni non riesce a trascorrere una serata senza sospettare arpionaggi alla schiena o senza attaccar pinna al minimo indizio di movimento altrui. Il gioco verrà vissuto con insofferenza e musi lunghi. L'epilogo risulterà carico di tensione repressa che sfocerà in un turpiloquio di bolle. 
"Il grande sonno": Il grande uomo cade nel grande sonno e se ne appropria esclusivamente lasciando gli altri piccoli uomini nella disperazione della veglia perpetua. Fra incomprensioni e cedimenti fisici i piccoli fra i piccoli verranno dimenticati rischiando l'estinzione della specie. Si spera in un lieto fine.
"L'ombra del dolore": Monologo incessante, estemporaneo e prevalentemente interiore di un inetto che si sveglia nel cuore della notte solo al ricordo del dolore provato precedentemente e che ora lascia spazio al torpore formicolante. Un Ulisse post-moderno che vive con accettazione ciò che i predecessori vissero con tormento.
"La tensione del pelo": Una serata improvvisata attorno al tavolo di una anonima cucina. Fra le portate e le stoviglie accatastate ogni avventore metterà il proprio bagaglio, schietto ed ironico, a disposizione di tutti gli altri. Commedia brillante dai toni tardo malinconici.
"Il laureando": Un ragazzo attempato a causa di vicissitudini kafkiane rimarrà sempre in procinto di giungere all'agnognata laurea ed intanto vivrà da irrealizzato il suo micro-cosmo. Si attendono speranzose rielaborazioni, pena il rifiuto della critica.
 
 
  
Vorrei tanto scrivere qualcosa, ma non riesco...davvero, non riesco.
  
 
 
"La simmetria, per quanto in modo ampio o stretto si voglia definirne il significato, è un'idea grazie alla quale l'uomo, nei secoli, ha tentato di comprendere e di creare ordine, bellezza e perfezione."
("Symmetry", Hermann Weyl) 
January 26

Promenade 2 - la vendetta.

Mi ritrovo, mio malgrado, nella fase dello stupore.
 
Senza rendercene conto attraversiamo stadi, da quello dello specchio a quello della bilancia, con una nonchalance inaudita credendo di vivere con e per continuità mentre compiamo delle evoluzioni circensi come minimo di terza specie. Sto raggiungendo la convinzione che il nostro cervellaccio ed il nostro sistema nervoso ci tengano sotto sedativo: siamo spiati e manipolati dal nostro stesso corpo! (Un'ovvietà per chi sa che anche la mente è corpo.) Così crediamo che gli altri non ci capiscano, che non ci osservino come invece facciamo noi; crediamo che gli altri non sappiano ciò che facciamo anche nella nostra intimità della quale invece riportiamo dei segni tangibili su viso, mani, occhi. Viviamo tranquillamente una privacy che invece non esiste, ci lasciamo avvolgere e cullare dall'illusione che gli altri non sappiano. Gli altri invece sanno: ma affrontare con tale consapevolezza ogni nostra giornata sarebbe davvero troppo! E nonostante io lo stia dicendo e lo sappia, proprio in questo momento già le mie meningi stanno rilasciando ordini per la contaminazione tramite qualche enzima "cancellatore" che presto rimetterà tutto a posto. Ah, cos'è successo? Ma che scrivo? Gli altri sanno? E cosa dovrebbero sapere? (Inizia a fare effetto.) E se pure fosse che importanza avrebbe: non si tratta di segreti malvagi, solo piccole libertà. Attraversiamo stadi anche più volte, a diversi livelli. Pochi giorni fa ho attraversato lo stadio dello specchio 2 - la perversione, e immaginavo le mie facce e faccine quando propongo espressioni d'assenso, di dissenso, d'ascolto interessato, da gnorri o da vapore. Alcune proprio non riuscivo a vedermele cucite addosso, non erano come me le ero immaginate attraverso i muscoli e la pelle: poi ho giocato a riconoscere i pensieri da quelle immagini. Quante cose da imparare abbiamo? Infine ho guardato fuori dall'ipod ed ho visto il mare "muccato" che ondeggiava al ritmo di canoni in fuga e assoluzioni cantate.
 
Non riconosco la strada buia. Non la riconosco per come l'ho vista poche ore fa ma la ricordo solo per averla vista, sconosciuta, parecchi anni addietro. La riconosco come sconosciuta: ho perso la mia memoria a breve termine? Bella altra regressione da dover subire! Schiamazzi, vita che straborda, e l'ansia di essere assaliti da una qualche strana creatura collo-torcitrice. Stanotte è una luna meccanica a svelarmi la via, con mari e monti di forme aguzze; non mostra volti umanoidi (forse solo androidi). Per un attimo vengo rapito come mi accadeva con l'altra luna. Ricordo le passeggiate, le tante passeggiate per voglia o per esigenza e mi arrendo al ricordo di notturne esitazioni, scoperte, paure e solitudini. Tutto il mondo comincia a scorrere come in un diorama animato a più dimensioni e tutto comincia a confondersi fra spazio, tempo e idea. Grandi inferriate nascondono pullman in partenza per mete lontane e una torretta si aziona (cigola la catena al polso) e figure bardate e capellute aspettano anonimamente un richiamo (brucia la catena al collo) e i jeans cavalcano e i ricci ruotano e le automobili scivolano inceppandosi...e l'automa curioso cammina a grandi falcate con lo sguardo alla sua amata luna. Arriva al ponte ed è salvo, volente o nolente. Un semaforo diventa rosso. Con le palme alle spalle si assapora il silenzio, si cerca un motorino desiderato e si avanza sotto la luce tremolante dell'unico lampione che sta per spegnersi, dopo aver superato la stanza dalle mille luci. Asfalto brullo e sassi rendono rumoroso il cammino e si temono i quadrupedi invisibili ma la luna conforta a volte ed a volte si lascia desiderare. La meta è vicina e dopotutto il peggiore nemico di colui che cammina è colui che cammina, un nemico sincero però. Il semaforo diventa verde. Discesa e salita si avvincendano, quasi a rendere pericolose le infradito e umida la magliettina aderente. E' l'era delle scoperte e della voglia di riscatto, della forza e dell'ottimismo e quindi si può anche uscire in pantaloncini. La luna è nascosta dalle fronde vorticose e fruscianti, la lupa che copre un intero continente è un ricordo ancora da scoprire e nel cuore vi è solo la tristezza dell'essere rinchiusi in una scatola e di dover pulire per se stessi. Il bianco armadio enorme rifletteva un animo ancora speranzoso, nonostante tutto (e forse proprio per quel tutto). Il semaforo diventa giallo. Qui la luna non c'è, troppo cresciuto ormai per continuare a cercarla, troppo cresciuto e troppo impegnato...o forse solo un po' timoroso di non esserne più degno. Ccà si mancia macara senza soddi: peccato che non tutti i luoghi (e i tempi) siano così, ogni pietanza è fin troppo costosa soprattutto quando non si dispone di merce di scambio. Un arco che rimane sempre troppo lontano ed una divisione che non si colma e le piccole evasioni non riescono a dare un migliore ricordo (e quello del manichino e dei tre santi e dell'extra-terrestre e di nonna Vita?).
 
I luoghi ed i tempi volano via come se perdessero tutto il loro significato. TUTTO IL LORO SIGNIFICATO! E' il prezzo da pagare per una contropartita onerosa: il dolore. Il nostro cervello sceglie di cancellare non il ricordo ma la potenza di tutto, senza preferenze monoteiste. Quando ci si accorge di ciò tutto il resto sembra finzione, mistificazione, e si riaprono per la millesima volta gli occhi scorgendo tutto come per la prima volta. Piedi che poggiano su un greto sabbioso ed evanescente, figure deformate e suoni alterati; si perde ogni coscienza e bisogna riaffrontare ad uno ad uno tutti gli stadi già superati ma ad un livello successivo. Ho sempre detto che siamo "finiti", quasi in tono disilluso, ma non mi sono mai seriamente posto una domanda: quanto siamo potenti? Lo saremo così tanto da arrivare al nostro limite (che esiste immutato al di là di ogni convenzione?)? Questo pensiero dovrebbe gettarmi nello sconforto ma a ben pensarci non è questo il mio problema; continuo invece a crogiolarmi nell'eterna ricerca di qualcuno che sappia riconoscere ed apprezzare una solitudine...più sentita che reale, più d'indole che tangibile. Un problema fittizio, ad onor del vero...non riesco a superare un problema fittizio e non mi pongo le domande giuste. Non disprezzo ma compassione, per l'uomo intermittentemente cosciente (è orrrrrrenda!). Ma quando la sirena ululava, la luna c'era? Perché non ricordo niente? Mi piacerebbe rivedermi come in un film ma non riesco nemmeno ad immaginarmi. Vorrei essere bello, in qualche luogo o per qualche momento...anche solo per qualcuno, almeno.
 
"Masako, ridendo, colpì la spalla di Mina con la punta aguzza dalle unghie curate. La carne pesante, elastica, sospinse le unghie. Una sensazione sorda indugiò nelle punte delle dita di Masako, che non seppe più che fare della sua mano."
("Morte di mezza estate"-"I sette ponti", Y.Mishima)
 
January 11

Il giorno dopo.

A volte, quando vivo un "grande" evento (e per grande intendo campale, unico, decisivo), mi soffermo a pensare a come sarà il giorno dopo.
Il giorno dopo solitamente lo si vede come un giorno infausto, quasi insulso poiché vive all'ombra della grandezza del precedente ma il giorno dopo è anche quello della consapevolezza pacata e calma, mondata da tutta la frenesia adrenalinica che ci pervade nelle occasioni speciali. Io adoro il giorno dopo. Una doccia, simbolo che tutto è finito e che possiamo riprendere il controllo di noi stessi, ed il cambio dei calzini mi rendono felice. Ma...ma...sto parlando come se ogni evento miliare lo si dovesse vivere con angoscia, con sensazioni negative: forse qualcuno il giorno dopo ama crogiolarsi nella bellezza del ricordo e non vuole affatto dissolverlo sotto una metaforica cascata e quindi per questo vede il giorno dopo come un nefasto allontanamento; forse è capitato anche a me di guardar con cipiglio , il giorno dopo, tanto tempo fa (delle quantificazioni non sarò mai in grado di farne). Da un po' di 't' a questa parte mi sono ritrovato invece a volere che ogni evento non standard trascorra veloce e silente, anonimo. Ho mostrato così idiosincrasia verso festeggiamenti, ricorrenze et similia. Ogni giorno dopo l'ho vissuto come una liberazione, un alleggerimento, da qualcosa che gravava sulla mia essenza: è questo il mal di vivere? Non lo so ma intanto si balla. Ah, spesso ho vissuto il giorno dopo di un giorno mai esistito...sì, ho solo evitato l'evento e festeggiato comunque l'arrivo del giorno dopo. Forse è per questo che capisco il Cappellaio.
Stasera una luna enorme ha fatto capolino fra le case del mio paesello. Una luna davvero enorme, spaventosamente enorme, clamorosamente, assurdamente, oniricamente enorme. E bianca. Era scomparsa mentre parlavamo, perché mentre parlavamo lo spazio ed il tempo hanno cessato di esistere come in ogni vero scambio in cui si crede e nel quale si riversa l'anima. Due occhi a guardare in due occhi, dopo quanto tempo? Quasi vent'anni, durante i quali sono cambiati multi-versi. E' bello vedere come nonostante tutto muti l'essenziale lo si ritrova sempre, immutato e pronto a consolare. Il cielo è grigio e delle gocce cominciano a slittare a contatto con l'aria, poche e ad intervalli cadenzati. Poi, finalmente, non sapevo più cosa dire, incalzato da domande alle quali non sapevo rispondere e non saprò mai rispondere. Finalmente un sorriso vero, come quelli che ricordavo. Sono contento di non aver sprecato il giorno prima, stavolta. Ora la luna emana una spocchiosa luce bianca che inonda il pavimento della mia stanza. Non so come sarà la notte (non solo per me) e non so come sarà il giorno dopo (non solo per me). Io spero di non trovare la solita indifferenza. Sapete una cosa della quale mi sono reso conto oggi pomeriggio? Non parlo più di me, non parlo più di ciò che so, non parlo più di ciò che penso. Nessuno mi conosce più ed io ho smesso di farmi conoscere. O meglio...qualcuno ha visto qualcosa ma credo perché abbia saputo vederla: tutto merito suo. Ho provato un moto di ingenuinità adolescenziale nel voler mostrare ciò che sono...ma parte di ciò che sono lo mostro già anche solo muovendo le labbra. Non posso nascondere di aver avuto perfino paura, oggi. Parlare può essere pericoloso e può risultare un confronto oscillante farcito di alti e bassi (fortunae rota volvitur)..."Dimmi: cosa ho capito io di te, di Attilio e di me?" (die ragnarok)
Fra poco sarà il giorno dopo ed io non so cosa aspettarmi. Mi dico che non cambierà nulla, forse spero non sia così ma so che non cambierà nulla. Domani farò la doccia e cambierò i calzini e partirò alla volta del mio "destino", come ogni giorno.
 
"Signori benpensanti spero non vi dispiaccia se in cielo, in mezzo ai Santi, Dio fra le sue braccia soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte che all'odio e all'ignoranza preferirono la morte." (F.De André)
 
Qualcuno mi ha insegnato che ogni caso dev'essere esaminato singolarmente e se mi piace catalogare lo faccio solo per questioni analitiche e di comprensione, non certo per omologare e settorializzare. Qualcuno mi ha insegnato che ciò che non comprendiamo non dev'essere trattato con disprezzo o ridancianità ma che siamo piccole parti, tutte diverse e tutte uguali, a comporre un immane mosaico. Le cose che questo qualcuno mi ha insegnato ormai fanno parte di me e delle mie azioni, così questo qualcuno continua a vivere in una piccola parte di me; certo non si tratta di una vita vera e propria, non di una esistenza appagante ed appagata, ma è pur sempre un non essere definitivamente cancellato.
Sto parlando di molte persone, ma sappiamo tutti a chi di loro dedico oggi (il giorno dopo) il mio pensiero. Ancora oggi, a dieci anni dalla sua morte, mi stupisco della sua enorme lucidità e capacità di analizzare e vedere ciò che ci circonda. Alcuni spiriti raggiungono vette inviolate.
 
Buona notte.
 
 
December 14

Luca, luca e gli altri.

Che strana sensazione, cos'è? Non saprei propr...ECCO, sì! E' Insoddisfazione!
Da diversi giorni (settimane, mesi...il tempo è talmente tanto insignificante, in questo momento, che può assumere connotazioni svariate senza mutare l'essenza delle cose) non mi ritrovo più; mi son perso non so quando e ad un "non so quando" mi ripromettevo di cercarmi. Ma la doccia...la doccia.
Ho già parlato dell'ammirazione che nutro nei confronti del momento della doccia (quando ero mio) e ribadisco sempre più quelle mie parole: è come sognare ad occhi aperti, è sognare ad occhi aperti. Anche stavolta ho capito tutto mentre l'acqua ustionante cadeva fra un misto di dolore e piacere. Non che sia un accenno obbligatorio, ma vi è mai capitato di subire un dolore e provare altrettanto piacere tanto da non riuscire ad alterare la situazione? Vi è mai capitato (a parte nell'amare intendo) di chiedervi se allora siete proprio masochisti? Ma torniamo alla doccia...cosa stavo dicendo? Ah sì, ho capito! Ho capito come quando si vede tutto con luce diversa, come quando ci si sveglia e si capisce che era tutto un sogno. Ho realizzato, è meglio dire, che mi son lasciato andare. Sì, mi son lasciato andare...alla deriva, osservando, comprendendo ma rimandando ad un altro tempo le azioni. Il vero problema non è quello di capire o di comprendere: è quello di convincersi. Oggi mi sono convinto (che è però solo il prodromo dell'azione).
Riepiloghiamo, perché fatico a seguirmi: provo insoddisfazione e so di essermi lasciato andare. Fin qui ci siamo. L'insoddisfazione potrebbe essere quella "solita", quella di certi giorni: nulla di grave allora. So cosa sono ed ovviamente non sono soddisfatto di ciò che sono (lo sapete tutti, questo, o almeno tutti quelli che vogliono saperlo) ma sono soddisfatto delle armi che ho. D'altronde "un uomo cosciente" come può esser soddisfatto di sè (grazie Fëdor)? Quindi non rimane da far altro che rivolgersi al secondo punto: la mia indolenza...la mia accidia a ragion veduta. Io cerco di darmi dei buoni consigli (se me ne danno, di seri, ne fuoriesco quasi risentito) ma non riesco ad ascoltarmi. Forse perché non mi ascoltano gli altri...
Ah, qui entrano in gioco gli "altri". Finora ho parlato, velatamente, di Luca e di luca. Premetto che Luca è comprensivo e saggio e pacato, luca invece è la sua nemesi: vendicativo ed istintivo. Luca e luca non hanno un buon rapporto, ovviamente, ma si rispettano e lottano da gentiluomini; inoltre entrambi hanno un rapporto bizzarro con gli altri. Se iteriamo il procedimento e scindiamo Luca e luca, possiamo identificare un'ulteriore dicotomia. Entrambi i (L/l)uca contengono una parte che è attratta dagli altri ed una parte che ne è repulsa. Ma sommiamo tutto e cerchiamo di capire: credo sì che gli altri siano un completamento, una parte essenziale della vita di ogni singolo individuo ma credo anche che gli altri vivano vite troppo distanti, distaccate, insofferenti ed egocentriche. Come faccio a saperlo? Be', è ovvio, io faccio parte degli altri per gli "altri" e quindi so come mi comporto quando sono "gli altri". Inutile lamentarsi che le cause siano la scarsa disponibilità di tempo e l'enorme mole di problemi, perché per tutti è così. Allora è anche inutile lamentarsi di questa situazione, ed io per questo me ne lamento (fosse utile probabilmente la mia accidia starebbe ancora lì a chiedersi cosa fare). Viviamo da separati, viviamo da singoli, viviamo per noi stessi. Non credendo nelle favole (Babbo Natale non è una favola! Nonostante le cattive dicerie di qualcuno) non potrei desiderare che tutti si sia contenti, altruisti e generosi...questo no. Ma almeno che si sia pronti all'interazione. Ecco, questo è il punto. Manca l'interazione, mancano gli scontri, mancano le intersezioni. Manca la curiosità, manca il desiderio di conoscere gli altri universi che abbiamo accanto...e se manca questo, per me, manca tutto. Io sto male ad essere un topo del sottosuolo, provo dolore ma non riesco ad uscire da questa tana perché ho paura, sì ho paura, dell'indifferenza. Non si può sempre andare d'accordo o essere amici, è ovvio, ma perché sentirsi e credersi gli unici dotati di pensiero? Nel bene o nel male credo di aver sempre dato delle opportunità, prima di capire, e dopo l'aver capito ho agito di conseguenza. Io non capiso e non condivido coloro che non danno opportunità (è difficile capire il comportamento altrui, soprattutto quando diverge dal nostro).
O_O Perché son arrivato a questo punto? Cosa sto dicendo? Non era questo il problema...o forse sì? Ho allora scoperto cosa ha causato il mio auto-abbandono? Be', parlare (scrivere) a ruota libera spesso conduce proprio al bandolo della matassa mentre spesso genera solo sproloqui. O sono arrivato al cuore del problema oppure ho blaterato. In verità credo di essermi avvicinato al problema (e se si tratta proprio di questo non voglio confessarvelo) ma blaterando. Dopo tutto questo sforzo mi è venuto mal di testa ed a questo punto non posso pure trovare la soluzione: per quella aspetterò una congiunzione astrale più favorevole. Speriamo io possa rialzarmi presto (dovrei afferrarmi per il bavero della felpa e tirarmi fuori dal vortice), ne ho bisogno.
Ricordo ancora, come se fosse ieri, l'ultima volta che mi sono suicidato.
 
"Il cielo è tutt’altro che terso, d’un colore fra grigio e glauco: non esistono isole d’ombra in cui rifugiarsi, per non cadere. Spira, incostante, un vento che freddo non lo si definirebbe e lungi dall’esser caldo: è uno di quei momenti di transizione, una di quelle situazioni in cui da un istante all’altro un nembo può assumer sembianze di cactus, per chi lo guarda, o d’angelo. Uno di quegli strani giorni in cui tutto è perduto, nonostante nulla si abbia."
(dal diario di Luca/luca, 22/11/2004)
 
December 07

Del perché sia giusto piangere.

Credo che sia più semplice ritornare al futuro piuttosto che al passato...non tanto per l'intrinseca difficoltà del viaggio ma quanto per le ripercussioni che esso può avere su di noi. Ritornare al passato è demoniaco, come demoniaco è ritornare al futuro: peccati capitali...ma diversi fra loro. Spero che ciò ho scritto non sia inteso come un ripudio di quel che è stato: i miei fidi lettori (prima ne avevo uno...ora credo si sia scocciato pure lui) sapranno bene quanto io possa venerare il passato, ma intendo ribadire che ogni cosa ha un proprio ruolo e grazie ad esso assume connotazioni e proprietà; se i ruoli diventano impropri, be', allora ovviamente cambieranno di conseguenza anche le caratteristiche del soggetto. Il passato è utile da ricordare, il passato è essenziale per costruire il proprio presente, il passato è dolce da rivisitare (RIVISITARE), ma il passato non deve costringerci a non vivere il presente, il passato non può ritornare (almeno non sotto l'originaria identica forma), il passato serve per essere cambiato dal futuro. Se tornasse, il passato, dove finirebbe il presente? E cosa verrebbe cambiato dal futuro? Si creerebbe un homunculus bifido, un abominio...di quel che una volta era un angelo. Ergo il mio consiglio appassionato e viscerale: le primavere da fragole son belle da ricordare, non da riassaporare. Perfino io spesso mi rammarico e provo nostalgia della "nostalgia del futuro" avuta in passato (ma quante cacchio di nostalgie esistono?!) ma per fortuna la mia accidia relega ogni cosa allo stadio di idea.
Nella vita commettiamo moltissimi errori, ad ogni livello. Sbagliare è l'unica cosa che sappiamo fare bene, senza fallo, con disinvoltura, amabilmente, testardamente, senza remore, senza rimpianti, con abnegazione, trionfalmente, con luccicanza, da martiri, da re, senza compassione. A volte riusciamo persino a convincerci di non aver compiuto errori, cosa che è un errore ancora più grave. A volte mi sento spossato da questi pensieri, stanco di veder passare sul muro sempre la stessa sequenza di ombre (come generate da un cilindro roteante con all'interno una lampadina) e se la ciclicità s'impadronisce di me è finita: inizio a perdermi fra i ricordi. Poi alcuni eventi scatenano perfino la disperazione e pretendono importanza e non lasciano scampo alcuno. (Calogero,) Davide, Barbara, Linda, Dario, Carmelo, Attilio: quando mai finirà? Sembra una successione esponenziale convergente; per fortuna siamo finiti. Ed allora ci si sente anche sfiniti. Poi ci sono altri anniversari, altre "fini" se così si possono intendere, che meritano di essere ricordate, dolcemente e con un sorriso amarostico sulle labbra (perché non si può fare diversamente). Non esistono tirocinii che possano creare dimestichezza con tali eventi, non esistono protocolli d'intesa che sappiano far capire cosa in realtà accade.
Un "amico" che non dice, un "amore" che non sa, un "io" che non ha capito mai nulla. A questi io dedico la mia giornata, la mia "lupa" ricca di mistero e di potenza...quando eravamo in cima al mondo e lo guardavamo col sorriso negl'occhi.
Devo riportare questa pagina del mio diario, resa poi pubblica da volontà invisibile, per rendere omaggio al 1999: annus terribilis, anno dell'inizio di quella che sarà poi la vita adulta (che ancora sembra non esser mai veramente iniziata, col senno di poi).

 

"Camminavo, solingo, lungo il lastricato e lucente viale. Neanche il rumore dei miei passi potevo udire, tanto er’assordante il silenzio che mi circondava. Il verso dell’upupa e il fruscio dei cipressi, stagliati contro il cielo e circondati d’una leggera brezza, eran dolci melodie…strumenti di quell’immane oblio. Il sole, che con i suoi raggi aveva accesso al pianeta soltanto quasi per gentil concessione, scaldava il mio volto. I miei occhi vedevan oltre quel che avrebbero dovuto, invece, osservare. Lo strano gioco d’ombre creava delle tremolanti isole di luce, quasi accecanti. La marea vibrava intorno a me, con impeto inverecondo, mentr’io credevo d’esser in pace, tranquillamente dondolavo. Ma ecco che, già quando non riuscivo più a veder (a sentir) tutto questo (preda di pseudo stendhaliana sindrome), una forza misteriosa, forse creata dalla sola mia mente, giungeva a turbar la mia vita. Non un attimo d’esitazione: guardai proprio ciò che non avrei dovuto guardare, vidi esattamente ciò che forse non avrei dovuto vedere.

Due occhi mi fissavano, ma a distanza tale che non potevo far altro che immaginarli, e solo avvicinandomi scoprii trattavasi realmente di due occhi. Oh, che volto serafico! Anch’esso guardava oltre…oltre la sua natura di gelido marmo. Vedeva?

Il sorriso, le labbra larghe, distese, come per l’attesa di qualcosa di gradito. Soffici, lineari ed appena socchiuse: ritratto di serenità. Lo sguardo proiettato alla vita, vita che non ci sarebbe stata. Ma cosa poteva saperne? Roseo era quel che vedea, speranza brillava sul suo viso, certezza era raggiante dal suo corpo. Così è bello ricordare ciò che mai s’è vissuto. Dopo quanto tempo, quelle labbra, sarebber divenute una parodia contratta di quello splendido e disteso sorriso? Dopo quanto tempo, quegl’occhi socchiusi, avrebbero visto ciò che la realtà mostrava loro?

Non importa rispondere: è solo con quella plasticità e distensione che bisogna continuare a venerar l’idea della sua vita. Prova della morte, è per me simbolo d’esistenza, esistenza gravida di disillusioni e d’inganni, esistenza colma d’amori rubati e di speranze perdute…ma pur sempr’esistenza.

Tornerò ancora, a sperar che qualcosa accada. Tornerò ancora, attendendo che qualcosa muti. Fra baci e carezze, una piccola storia mortale."

 

Sapete com'è finita? Anche questa storia è materialmente morta, come da profezia; ne rimane solo il ricordo (ed è bene così).

 

November 29

Nostalgia (rabbiosa) della pre-esistenza.

Sono diventato grande, uno di quei grandi che fa le cose anche se non gli piacciono. Prima o poi è il destino di tutti, quello di diventare grandi...eccezione fatta per i meno fortunati che non dovranno nemmeno porsi il problema. A volte mi chiedo cosa ci sia di veramente bello nel procedere a tentoni, preda delle intemperie: fosse per quelle causalità che chiamiamo casualità andrebbe ancora bene, ma quando si tratta di veri e propri capricci cosa dovremmo fare, come dovremmo reagire? E poi?
Mi chiedo se sia giusto anche solo pensare di salvare tutto questo, osannando soltanto la speranza che quelle rare stille di bontà possano moltiplicarsi; non sarebbe meglio prendere atto della cattiveria che ci circonda e di cui siamo costituiti? Millenni di storia (di quella parte d'immagine eufemistica di storia che ci è giunta) non ci hanno ancora insegnato che l'efferatezza di alcuni gesti è mille volte peggiore della purezza di altri? La frase che risuona sempre nella mia testa e credo anche in molte altre è: "vale la pena di sperare perché trovare una piccola cosa buona ne cancella tante cattive". Funziona in maniera così deviatamente selettiva il nostro cervello tanto da non accorgerci nemmeno delle idiozie che ci vengono propinate? Eh sì, quella famigerata fissità mentale che ci caratterizza viene sfruttata con scaltrezza da chi ne ha le capacità...e noi andiamo avanti come piccoli meccanismi innescati che non hanno coscienza d'essere. D'altronde è più facile così. E' una fortuna che non tutti i nostri desideri vengano esauditi.
L'involuzione è quasi completa. C'è chi da crisalide si schiude a farfalla e c'è chi da uomo ridiventa Verme. Com'era bello essere vermi, vivere solo di ciò che si aveva e non dipendere nè dalle idee nè dalle materialità altrui. Anche senza conoscere il numero 7 era meglio d'adesso: sono caduto nella trappola (cipitì ricorda) e per tutti questi anni ho creduto fosse cosa buona e giusta...invece era un calesse. Il primo passo? Quello di riaquistare serenità. Il secondo? Quello di non dimenticare. Il terzo? Non credere.
Un avviso per tutti coloro che crederanno che io stia diventando più cattivo: sto solo cercando di diventare più buono. Lavori in corso.
Un giorno di NULLA, durante il quale parlare non serve.
 
 
("I have said to the Worm: Thou art my mother and my sister.", William Blake)
worm_blake
Good times for a change            So please please please
See, the luck I’ve had                    Let me, let me, let me
Can make a good man                 Let me get what I want
Turn bad                                                                   This time
                    
Haven’t had a dream in a long time                             So for once in my life
See, the life I’ve had                                                   Let me get what I want
Can make a good man bad               Lord knows, it would be the first time
                                                               Lord knows, it would be the first time
                                                       
("Please, Please, Please, Let Me Get What I Want", The Smiths)
 
November 16

Il cerchio si chiude, il cerchio si apre...

<<Miiiii, non ci vado alla bottega...perché i cani di "Pippina a monchia" poi mi muzzicano!!>>
E com'era bello il ritorno; un tramonto tardo-estivo goduto a trotterellare con le buste di plastica penzolanti e oscillanti a fare il gioco di chi fosse l'ombra più lunga...o di chi fossero le più lunghe gambe dell'ombra: un gioco democratico poiché cambiando posizione a turno si vinceva tutti, avendo l'accortezza di non andare a finire sull'erba. Le nostre spedizioni erano solitamente quaternarie.
 
<<No, stasera non posso rimanere: sto morendo dal sonno e domani devo pure svegliarmi presto!>>
E com'era bella, la serata; sconfiggere il freddo invernale prima nella coccinella rossa a parlare parlare parlare e poi in casa giocando a tressette oppure quasi tutti riversi sul divano a guardare il film della serata per poi vedere tutto sfumare e svegliarsi che tutto era già finito: film, stufa e pure quasi la notte. Le nostre spedizioni erano solitamente quaternarie.
 
Io so di aver avuto quel che ho desiderato che è anche quello che ancora desidero, ma un senso di oblio (la maledizione!) non mi ha permesso di capire l'importanza di ciò che avevo. Sì, era proprio tutto al posto giusto: le modalità, i tempi, i luoghi, le facce. Peccato che l'uomo debba sempre desiderare oltremodo quel che gli manca: ho già avuto statisticamente le mie opportunità. Ora c'è solo un glorioso appiglio a quel glorioso passato; "Ma perché devo schivare con quaranta/scudo bianco?!? Truffa!".
Spesso mi fermo a ricordare, molto meno spesso per fortuna a desiderare. La frase più dura che mi sia stata rivolta è probabilmente quella che ho subito con più amarezza disincantata, come se fosse nulla, e accettando senza repliche...quel "Unni ti passasti a 'stati ora ti passi u 'nvernu". Lapidaria. Ma per fortuna si cresce e si va avanti, si superano gl'ostacoli più piccoli, si aggirano i più grandi e per certi versi si rimane vittime di quelli insormontabili. A volte provo rabbia, vivo di rabbia. Rabbia per ciò che non è stato, rabbia per ciò ch'è stato, rabbia per ciò che è e rabbia per ciò che non è (alla rabbia per ciò che non sarà e per ciò che sarà metto un dovuto bavaglio). Continuo a non capire ma in momenti come questo credo sia meglio non capire per poter arrabbiarsi a duepigreco radianti. La primavera, quest'anno, ha risvegliato il meglio di me; l'autunno ha risvegliato il peggio: Samhain apocalittico. In primavera ero colmo di sensi soffusi e soffici ora son stracolmo di non-sensi impulsivi ed impudenti. Sensazioni, devo ammettere, più vive ora che sotto i frutteti in fiore.
(Sai che sono fragile, vero?)
E torno a cantare della mela di Sodoma correndo sul Booster(Piii) o a spingere il Ciao(Si) per andare a giocare al bigliardino o a scorrazzare per strade dimenticate sull'Evolis(UFO) o per le passeggiate tranquille sul DjWorld(keso) per assaporare l'aria fresca fra ombra e luce...o sull'unico vero mostro che in un ferragosto lontano spingemmo e ci spinse a San Frareau. E torno a gridare "Dov Vito lo fa finire che mi disturba mentre gioco?!"("Ehi ragazzini, ora vi butto fuori!") e a guardare biliardi di pixel e sentire centinaia di storie nei pomeriggi tranquilli ("Ou pisano, ma tu hai un cugino a Torino che si chiama Omar?) dopo le mattinate uggiose e desolanti. E torno ad inseguire Marcantonio e Cleopatra per catturarle e metterle sott'acqua e vedere le loro terze palpebre chiudersi e riaprirsi e poi correre subito all'altalena e ad immaginare il bimbo aureocrinito (ma questa è già un'altra storia). E rimango trasognato nel trasecolare in un passato che sembra fin troppo lontano ma non irraggiungibile: da sempre ho pensato che la mia vita futura si sarebbe basata sull'assaporare i ricordi del passato, come dei jeans verdarancio e un chiodo rosso. Propoli mancato e brividi.
 
In tutte le estati che ho trascorso a leggere ho imparato che nessuno di noi potrà mai essere più potente del "continuo".
 
christinasworld ("Christina's world",Andrew Wyeth)
 
"Aut tace aut loquere meliora silentio" ("Autoritratto", Salvator Rosa)
 
Un giorno d'amore